Visualizzazione post con etichetta Pavilion Lautania Valley. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pavilion Lautania Valley. Mostra tutti i post

martedì 12 maggio 2026

Pavilion Lautania Valley “Fuori Biennale Open 2026”, POIESIS / Materiali marginali sensibili tra segno, scrittura e corpo (1983-2025)

 


COLLEZIONE BONGIANI ART MUSEUM

 Pavilion Lautania Valley / Fuori Biennale Open 2026

 POIESIS / Materiali marginali sensibili tra segno, scrittura e corpo (1983-2025).

Da venerdì 15 maggio a domenica 26 luglio 2026

La Collezione Bongiani Art Museum è lieta di inaugurare venerdì 15 maggio 2026 presso il Pavilion Lautania Valley alle ore 18,00, in contemporanea con il tema “Minor Keys” della 61. Biennale Internazionale di Venezia 2026, l’evento internazionale “Fuori Biennale Open 2026, dal titolo: POIESIS/ Materiali marginali sensibili tra segno, scrittura e corpo (1983-2025), in cui viene segnalata la condizione  di marginalità di diverse generazioni di artisti che in modo unico e originale hanno continuato e continuano ancora a lavorare spesso nell’isolamento collettivo non curandosi del sistema ufficiale dell’arte e  producendo nel tempo opere per certi versi non conformi ai dettami imposti dal mercato  proseguendo in un cosciente viaggio solitario e  personale. Una sorta di “Fuori Biennale” a cura di Sandro Bongiani, presentando nella galleria 74 opere di arte contemporanea.

Nella presentazione Sandro Bongiani scrive: Per diverso tempo, gli artisti hanno trovato una certa autonomia e libertà creativa, che nella diversità delle indagini e delle proposte, ha permesso nel tempo di produrre con creatività e aprire finestre sull’abisso del mondo. Purtroppo, dopo gli anni ottanta qualcosa di strano stava già succedendo da parte del sistema nella gestione dell’arte globale, preferendo nelle scelte degli artisti una logica e un criterio “accondiscendente” creando in questo modo una forte standardizzazione e omologazione nelle proposte degli artisti opportunamente presentati da curatori chiaramente associati al potere gestionale. È sorprendente come l’arte oggi si mostri ignuda nella sua precaria e indifesa veste effimera e didascalica, sempre più ripetitiva e dipendente dal bailamme della parola e dalle scelte confuse imposte dal sistema. Anche per tale motivo, noi della Collezione Bongiani Art Museum abbiamo preferito in occasione di questa 61. Biennale di Venezia 2026 prospettare una rassegna in cui proporre una sorta di controproposta “Fuori dalla Biennale” degli esclusi e degli artisti marginalizzati e dimenticati dal sistema ufficiale dell’arte, in un percorso espositivo che comprende 42 anni di ricerche e di esperienze creative presenti nella raccolta in divenire della Collezione Bongiani Art Museum di Salerno.

Ecco una sorta di convinta rilettura del presente del tutto virtuale ed anche ecologica, con un’area immaginaria di 3 sale presso il Pavilion Lautania Valley in cui sono stati scelti 72 artisti di varie nazioni in un lucido e suggestivo percorso per una condivisione globale via web a 360° in tutto il mondo a ridottissimo impatto di contenuto di emissioni di CO2.


Artisti presenti: A. Zhurba, Kherson - Ucraina I Aarol Flores, Città del Messico - Messico I Alessandra Angelini - Trivolzio - Italia I Alessandra Finzi, Milano - Italia I Alfonso Caccavale, Afragola - Italia I Andrea Bonanno, Sacile - Italia I Anna Boschi, Castel San Pietro Terme - Italia I Antonella Sassanelli, Colturano MI - Italia I Antoni Mirò, Alcoi - Spagna I Antonio Baglivo, Bellizzi - Italia I Antonio Sassu, Torreglia - Italia I Ben Vautier (Ben  Nice) - Francia I Bruno Cassaglia, Vado Ligure - Italia I Claudia Ligorria, Argentina I C. Mehrl  Bennett, Columbus - Usa I Carl Baker, - Canada I Carl T. Chew, Seattle - Usa I Carlo Iacomucci, Monsano AN - Italia I Carmela Corsitto, Canicatti – Italia I Cheryl Penn - South  Africa I Cinzia Farina, Enna - Italia I Clemente Padin, Montevideo - Uruguay I Daniel Daligand, Levallois - Francia I Domenico Severino, Pompei - Italia I Enzo Patti, Palermo - Italia I Ernesto Terlizzi, Angri - Italia I Fabio Di Ojuara, Crearà - Mirim RN - Brasile I Fernanda Fedi, Milano - Italia I Fernando De Filippi, Milano - Italia I Francesco Aprile, Caprarica Di Lecce - Italia I Franco Panella, Monreale - Italia I Gian Paolo Roffi, Bologna - Italia I Giorgio Moio, Giugliano in Campania - Italia I Giovanni  Bonanno, Salerno - Italia I Giovanni Leto, Bagheria - Italia I Giuliana  Bellini, Milano - Italia I Jan Theuninck, Zonnebeke - Belgio I John M. Bennett, Columbus - USA I John Held JR, San Francisco - USA I Jurgen O. Olbrich, Kassel - Germania I Keiichi Nakamura, Shinjuku-ku,Tokio - Giappone I Lamberto Pignotti, Roma - Italia I Lars Schumacher, Burgdorf - Germania I Lorenzo Lome Menguzzato, Trento - Italia I Luc Fierens, Weerde - Belgio I Marc Deb, Arras - Francia I Marcello Diotallevi, Fano - Italia I Marco Giovenale, Roma – Italia I Mariano Bellarosa, San Donato Milanese - Italia I Mauro Molinari, Velletri – Italia I Maya Lopez Muro, San Giovanni Valdarno - Italia I Moan Lisa, North  Liberty – Usa I Monica Rex, Los Angeles - USA I Mustafa Cevat Atalay -Turchia I Nicola  Frangione, Monza - Italia I Nicolas de la Casinière, Nantes - Francia I Nicolò D'Alessandro, Palermo - Italia I Oronzo Liuzzi, Corato - Italia I Paolo Gubinelli, Firenze - Italia I Pascal Lenoir, Grandfresnoy - Francia I Paul Tililà, Palkane - Finlandia I Pina Della Rossa, Napoli - Italia I Ramona Palmisani, San Severo - Italia I RCBz, Minnesota - USA I Reid Wood, Oberlin - USA I Renata e Giovanni  Strada, Ravenna - Italia I Ruggero Maggi, Milano - Italia I Ryosuke Cohen, Ashiya - Giappone I Serse Luigetti, Perugia - Italia I Simon Warren - Regno Unito I Vittore Baroni, Viareggio - Italia I Vittorio  Baccelli, Lucca - Italia.

La presente rassegna è dedicata espressamente a chi ha saputo resistere alle lusinghe e alle intemperie del sistema culturale e soprattutto a chi come Clemente Padin, Ruggero Maggi, Paolo Scirpa, Giovanni Leto, Filippo Panseca,  Carlo Pittore, BuZ Blurr e Walter Steding che purtroppo ci hanno lasciati prematuramente.



 

Pavilion Lautania Valley  “Fuori Biennale Open 2026”,

POIESIS / Materiali marginali sensibili tra segno, scrittura e corpo (1983-2025)”.                                                             

42 anni di ricerche artistiche contemporanee (1983-2025) a cura di Sandro Bongiani

3 Room presso il Pavilion Lautania Valley con 72 artisti e 74 opere presenti

nell’Archivio della Collezione del Bongiani Art Museum  di Salerno (Italy).

Vernissage: venerdì 15 maggio ore 18:00                                                                                                           

Da venerdì 15 maggio a domenica 26 luglio 2026                                                                                                            

Orari:  tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00                                                                            

https://www.collezionebongianiartmuseum.it/

E-MAIL INFO: bongianimuseum@gmail.com                                                                                     

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 3937380225                                                                                     

Credits: Collezione Bongiani Art Museum.



La Presentazione:


 


Presentazione a cura di Sandro Bongiani  Salerno, 17 aprile 2026

Viviamo tempi inquieti carichi di sofferenza e di tormento in cui le incomprensioni e i dubbi si addensano cupi all’orizzonte. Una monotonia culturale odierna ridotta all’afasia aleggia nell’aria in cui l’arte del déjà vu naviga a vista tra l’impotenza e la spettacolarità decadente del presente alla ricerca della suggestione scenografica, dello stupore e del divertimento collettivo. Tale catastrofe inizia circa trent’anni fa in cui diverse generazioni di artisti di valore nati tra gli anni 20 e gli anni 70 si ritrovano di colpo messi in quarantena permanente a condividere il silenzio e l’abbandono, sostituiti da giovani rampolli di scuderia alla ricerca del facile successo e della possibile ricchezza finanziaria. Un procedere quello di oggi decisamente diverso rispetto al passato, sterilizzando da parte delle istituzioni l’azione del critico d’arte sostituito ingenerosamente da curatori “tutto fare” allo scopo di avvalorare e rendere credibile qualsiasi opera d’arte e persino dare un senso e un valore a una cosa che non ha alcun valore, come per esempio, la banana con nastro adesivo esposta a parete e venduta a caro prezzo. Una follia maldestra e incosciente e soprattutto una disfatta culturale a tutto campo che ci ha condotti a condividere le miserie creative prodotte oggi.   

Per diverso tempo, gli artisti hanno trovato una certa autonomia e libertà creativa, che nella diversità delle indagini e delle proposte, ha permesso di produrre con creatività e aprire finestre sull’abisso del mondo. Purtroppo, dopo gli anni ottanta qualcosa di strano stava già succedendo da parte del sistema nella gestione dell’arte globale, preferendo nelle scelte degli artisti una logica e un criterio “accondiscendente”  creando in questo modo una forte standardizzazione e omologazione nelle proposte degli artisti opportunamente presentati da curatori chiaramente associati al potere gestionale, in una sorta di  passerella domenicale di personaggi segnalati da amici e collezionisti potenti, che hanno preferito di anno in anno, segnalare sempre gli stessi i pupilli protetti provenienti da scuderie altamente facoltose in senso finanziario, come per esempio, le scelte messe in atto in diverse precedenti Biennali di Venezia con i soliti fenomeni come Massimo Bartolini, Giorgio Andreotta Calò, Chiara Enzo, Yuri Ancarani, Maurizio Cattelan, e quest’anno anche con la rovinosa giardiniera  di turno delle Alpi Apuane Chiara Camoni. In tal senso, che poter pensare della festaiola e circense da luna park come Marinella Senatore, tutta lustrini e neon, votata al coinvolgimento collettivo in sagre paesane di dubbio valore che orgogliosamente rivendica “la potenza del corpo collettivo, della luce come gesto pubblico e della celebrazione come pratica capace di costruire, ancora, comunità”. In siffatta condizione precaria di nichilismo il condizionamento risulta una pratica altamente utile e assai consueta che si esercita da parte di chi nel baratto   ritrova benefici richiesti e concessi. Un dare e avere richiesto dal basso o viceversa dall’alto   decisamente radicato nell’animo umano. Una relazione decisamente tossica e deviata votata al Dio denaro che lega amici, gruppi di vario genere, associazioni, mercanti, curatori e soprattutto gallerie star system che al bisogno intercedono nel compromesso arrogante del sistema corrotto dell’arte globale a costringere al silenzio chi non ha voce e non si allinea alle regole deviate da loro stabilite. Tutto ciò ha consolidato nel tempo una paralisi di idee da parte di giovani e meno giovani promesse tenuti in scacco e mantenuti economicamente in ostaggio, costretti in cambio di un possibile momento di successo a essere protagonisti innocui e merce di scambio di eventi e appuntamenti diffusi come per esempio le solite e noiose fiere dell’arte. Un sistema dell’arte di clan chiusi e prepotenti che ha fatto fuori la critica d’arte a beneficio di sprovveduti curatori compiacenti che nel corso del tempo hanno raccolto poca qualità e innovazione creativa, e soprattutto, cadaveri da riesumare e illusioni diventate relitti e macerie.

Nel nuovo saggio del filosofo francese Latouche analizza la commercializzazione dello spazio urbano e dell’arte contemporanea smantellando il concetto di città-supermercato e l’arte usa-e-getta che entrambe affondano nella stessa identica matrice, l’omnimercificazione, che trasforma il mondo in un supermercato infinito dove spariscono i confini, la storia e persino il senso del limite. Una sorta di spazio anonimo, del non-luogo in cui l’essere umano alla ricerca della competizione e del profitto si ritrova con una creatività addomesticata alle logiche del mero mercato. Strumentalizzare l’arte – avverte l’autore - equivale a distruggerla. Insomma, una “colonizzazione dell’immaginario” condizionato dall’economia alla ricerca sfrenata del profitto, del culto della tecnoscienza e del facile consenso, che ovviamente influenza negativamente l’attuale modo di fare arte, proponendo di fatto poveri simulacri sterilizzati senza futuro e senza storia. Se tutto può diventare arte e merce di scambio, anche la creatività più viva può essere reclusa e abbandonata in un vecchio solaio dei ricordi. Festival, fiere d’arte, Biennali rassegne collettive e personali organizzate nelle fondazioni e nei musei si rincorrono ormai con un ritmo frenetico, sostenuti da banche, sponsor, finanziatori occulti, riviste d’arte, premi e aste da record. Un intenso e quando mai travagliato procedere di assegnazioni di residenze per giovani artisti under 30, concorsi pilotati, conferenze e stage all’estero hanno avuto il solo scopo di ovattare e far credere che tutto ciò potesse ricreare un’azione libera a favore della cultura, in realtà si lavorava sottobanco per i propri personali interessi commerciali. Inoltre, con la richiesta ossessiva e velleitaria di nuove leve di giovani autori hanno persino tentato di convincerci che potessero risvegliarci dal torpore e dall’inerzia, illudendoci che essere giovani fosse sinonimo di nuova e possibile creatività, ben sapendo che l’originalità non può essere per forza data da una semplice questione anagrafica e divenire volutamente una qualità creativa. In passato le migliori opere prodotte dagli artisti sono state create in età anche avanzata. Una “colonizzazione generalizzata della creatività che da lungo tempo ci attanaglia, condizionata dall’economia    che si riflette negativamente nei modi di fare arte oggi. L’arte a parere nostro non può essere asservita agli imperativi del mercato. Nella riflessione critica che prima o poi occorrerà seriamente fare è convincersi che vi è bisogno di produrre un’arte per certi versi “resistente” visionaria, che possa nella marginalità metterci in contatto con l’alterità e con l’inesauribile, in un rapporto profondo “che ci lega all’abisso” al di là delle logiche di consumo e di spettacolarizzazione e non egoisticamente condividere la sterilizzazione totale della coscienza e di conseguenza della creatività.

L’arte senza una riflessione critica e una libertà di pensiero “divergente” è destinata a soccombere, inoltre, bisognerà urgentemente puntare sulla formazione degli artisti piuttosto che sulla spettacolarità delle proposte spesso accademiche e rivisitate che pescano nel torbido alla ricerca di qualche possibile certezza quasi sempre negata. Ormai più nessuno fa ricerca sul campo, preferendo aggiornarsi osservando le consuete riviste di arte dai contenuti uniformati, spesso anche complici dello stesso sistema corrotto in un dare e avere ricambiato. Di certo bisognerà intercettare Il silenzio e nel silenzio più assorto anche l’abisso e anche la rigenerazione in cui affiori la qualità vera della visione. È sorprendente come l’arte oggi si mostri ignuda nella sua precaria e indifesa veste effimera e didascalica, sempre più ripetitiva e dipendente dal bailamme della parola e dalle scelte confuse imposte dal sistema.

Per sopravvivere in senso creativo a questa catastrofe collettiva l’artista dovrà per forza riappropriarsi di un proprio tempo soggettivo e visionario per poter aprire varchi e luoghi immaginari, adottare una “resistenza sensibile” per poter ancora sognare e svelare nuovi mondi piuttosto che condividere il balbettio di trappole, tralicci e messinscene spettacolari per divertire il pubblico, che purtroppo, non aggiungono niente di nuovo di ciò che siamo e sappiamo. Anche per tale motivo, noi della Collezione Bongiani Art Museum abbiamo preferito in occasione di questa 61. Biennale di Venezia 2026 prospettare una rassegna in cui proporre una sorta di controproposta “Fuori dalla Biennale” degli esclusi e degli artisti marginalizzati e dimenticati dal sistema ufficiale dell’arte, in un percorso espositivo che comprende 42 anni di ricerche e di esperienze creative presenti nella raccolta in divenire della Collezione Bongiani Art Museum di Salerno. Ecco una sorta di convinta rilettura del presente del tutto virtuale ed anche ecologica, con un’area immaginaria di 3 sale presso il Pavilion Lautania Valley in cui sono stati scelti 72 artisti di varie nazioni in un lucido e suggestivo percorso per una condivisione globale via web a 360° in tutto il mondo a ridottissimo impatto di contenuto di emissioni di CO2.



mercoledì 7 agosto 2024

Retrospettiva di Reid Wood, 1970-2024 “Tempo sospeso / Segni e tracce di un immaginario in/Visibile”

 

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY

Retrospettiva di Reid Wood 1970-2024

“Tempo sospeso / Segni  e tracce di un immaginario in/Visibile”
"Suspended time/ Signs and traces of a imaginary in/visible"

a cura di Sandro  Bongiani

11 agosto - 14 settembre 2024

Inaugurazione:  Domenica  11 agosto  2024, ore 18.00

Pavilion Lautania Valley / Stranieri Qui e Altrove - Foreigners Here And Elsewhere

in collaborazione con l’Archivio Reid Wood di Oberlin, OH, United States

 


 

La Galleria Sandro Bongiani Arte Contemporanea, dopo la retrospettiva dell’artista americano  pre-pop Ray Johnson, la retrospettiva di Guglielmo Achille Cavellini è la personale di Ryosuke Cohen  è lieta di inaugurare  in coincidenza con il tema “Stranieri Ovunque  la mostra retrospettiva dell’artista americano Reid Wood dal titolo: “Tempo sospeso / Segni e tracce  di un immaginario in/Visibile”. Un evento a cura di Sandro Bongiani  in contemporanea con la  60. Biennale di Venezia 2024, incentrato  sul tema  dello straniero ovunque. Una sorta di rilettura delle proposte in atto presentate per l’occorrenza in un padiglione  del tutto virtuale, con un’area immaginaria di 3 sale presso il Pavilion Lautania Valley. Quella di Reid Wood,  è un’altra proposta decisamente ai margini del sistema dell’arte ufficiale, vengono presentate per l’occasione 54 opere eseguite dall’artista americano tra il 1970 e il 2024.

Per l’artista americano Reid  Wood vi è l’attenzione a una pratica che si propone di raccontare quel che accade non smettendo - per dirla con Michel Foucault - di comprendere il mondo e il funzionamento di certi discorsi all'interno dell’attuale società.  Ciò accade con il pensiero attivo marginale, in un’area di ricerca che preferisce collocarsi al di fuori dai circuiti ufficialmente deputati all'arte, preferendo i processi, e il dialogo in un fluire di esperienze e accadimenti senza impedimenti e costrizioni. Per diverso tempo l’attività di Reid Wood è stata ancorata a una forma di creatività resistente generata dal dato reale e poi stravolta da una visionarietà insistente che definisce inconsueti e nuove presenze apparentemente tra loro incompatibili. Un territorio sospeso, in un punto cieco d’incontro verso l’immaginazione. Una sorta di eterotopia radente della nostra contemporaneità in cui l’invenzione ha il sopravvento.

Le prime opere di Reid  Wood risalgono agli anni 70  una serie di collage digitali per poi procedere verso il 2006 pubblicando su “havent-gardeart.blogspot.com”, un’opera al giorno  che ha chiamato “Artifact” (artefatto), indicando nella stessa opera il giorno il mese e l’anno di esecuzione dell’opera (la prima opera pubblicata  ufficialmente su tale blog risale al 22 ottobre del 2006). Dal 2006 a oggi ha creato ogni giorno un nuovo lavoro digitale “artefatto” con risultati creativi e immaginativi decisamente sorprendenti. Alla fine il risultato ottenuto è aver prodotto un’immagine destrutturata e nel contempo definita in modo più mentale che attraverso l’uso di oggetti e situazioni concorrono a dar forma a una  rappresentazione di tipo immaginifico del tutto nuova definita da frammenti  di spazi contrassegnate da tracce di senso “sospeso”, che a mezz’aria si rincorrono in attesa di essere finalmente percepite. “Un qualcosa che ci sfugge e resta in/sospeso tra il presente e il momento dell’invenzione” - scrive Sandro Bongiani - "una ricerca indagata a tutto campo su   “universi possibili”, intesa come il luogo privilegiato per rilevare nuove ipotesi di lavoro  che nella dimensione creativa e mentale suggeriscono  nuove possibilità di ricerca, tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte. Permane in Wood la proposta convincente di  una ricerca volutamente di confine  in un particolare campo di azione  svolto tra fotografia e rappresentazione poetica, come  spartiacque al  modo  omologato e spesso monotono proposto dal sistema istituzionale dell’arte”.

Si ringrazia l’Archivio Reid Wood di Oberlin, OH, (United States) per la fattiva collaborazione alla realizzazione in Italia di questo importante evento.

 

 

 


Biographical Notes of Reid Wood

Reid Wood (b. 1948) is a visual artist who has worked in a variety of media, including drawing, printmaking, sculpture, collage, artists books, mail art, digital imaging, and performance art. He holds degrees in art from Oberlin College, with additional study at Kent State University, Akron University, and the Visual Studies Workshop. He has exhibited his work regionally, nationally and internationally since 1975. Examples of his work can be found in a number of public and private collections and archives, including MoMA (Franklin Furnace Artists Books Archive), the Sackner Archive, the Avant Writing Collection (Ohio State University), the National Institute of Design (Ahmedabad, India), Lalit Kala Akademi (New Delhi, India), the National Postal Museum of Canada, the Artpool Archive (Budapest), the King St. Stephen Museum (Hungary), and the Otis Art Institute (Los Angeles). Several works are permanently present in the Collection of the Bongiani Art Museum of Salerno (Italy). In 2010 he was awarded a residency in Venice by the Emily Harvey Foundation.

 

 

La Presentazione di Sandro Bongiani 

 

 Retrospettiva di Reid Wood  1970-2024

“Tempo sospeso / Segni  e tracce di un immaginario in/Visibile”
"Suspended time/ Signs and traces of a imaginary in/visible"

Presentazione di Sandro Bongiani, Salerno, 29 luglio 2024

 

 

Per l’artista americano Reid  Wood vi è l’attenzione a una pratica che si propone di raccontare quel che accade non smettendo - per dirla con Michel Foucault - di comprendere il mondo e il funzionamento di certi discorsi all'interno dell’attuale società.  Ciò accade con il pensiero attivo marginale, in un’area di ricerca che preferisce collocarsi al di fuori dai circuiti ufficialmente deputati all'arte, preferendo i processi, e il dialogo in un fluire di esperienze e accadimenti senza impedimenti e costrizioni. Per diverso tempo l’attività di Reid Wood è stata ancorata a una forma di creatività resistente generata dal dato reale e poi stravolta da una visionarietà insistente che definisce inconsueti e nuove presenze apparentemente tra loro incompatibili. Un territorio sospeso, in un punto cieco d’incontro verso l’immaginazione. Una sorta di eterotopia radente della nostra contemporaneità in cui l’invenzione ha il sopravvento.

Nella visione di Foucault le eterotopie inquietano perché minano  le certezze nel tentativo di dare un senso diverso alla vita. Rimane sotteso che nella sua ricerca il concetto di eterotopia, viene forgiato sul reale e non indagato passivamente in ambienti privi di localizzazione effettiva  come nel caso dell’utopia. Foucault contrappone le utopie alle eterotopie scrivendo: «Le utopie consolano mentre le eterotopie inquietano perché minano segretamente il linguaggio, contestano i luoghi comuni correlandosi allo spazio esteriore sia nella forma dell'illusione sia nella forma della compensazione. Anche nell’arte vi è la stessa strategia a comprendere il mondo utilizzando strumenti che possano mettere in moto momenti di eterotopia condivisa.

Sospensione e tempo invisibile contraddistinguono  il suo lavoro di ricerca. Assecondando il concetto base dell’eterotopia, l’artista americano ci consegna una visione del tutto nuova e originale della realtà, contrassegnato da un tempo sospeso e da tracce e segni di un immaginario invisibile divenuto ormai “non luogo del reale”. Non si tratta semplicemente di pura e semplice fotografia, perché la fotografia ritrae la pelle della realtà del mondo esterno, gli oggetti, le cose, mentre in queste opere si rappresenta qualcosa che non è presente, un mondo nascosto s/velato attraverso frammenti fotografici  e alterato per mezzo l’elaborazione digitale  operata  volutamente dall’artista. Reid Wood lavora  utilizzando la fotografia e la stampa digitale approdando al teatro  dell'eterotopia trascorrente, tra spazio esteriore e spazio mentale divenuto ora essenza e riflessione creativa.  

Questa particolare forma di indagine con la realtà  nasce da un atteggiamento libero tra oggettualità e immaterialità, in una proficua commistione di elementi grafici e coloristici che di fatto alterano il normale rapporto delle cose trasformandosi in qualcosa di diverso che non è mai esistito. Le sue sono particolari riflessioni che  Wood fa  in considerazione di questo anestetizzato e precario contesto sociale carico di grande incertezza in cui si confezionano soltanto allusioni e delusioni.

Le prime opere di Wood risalgono agli anni 70  una serie di collage digitali per poi procedere verso il 2006 pubblicando su “havent-gardeart.blogspot.com”, un’opera al giorno  che ha chiamato “Artifact” (artefatto), indicando nella stessa opera il giorno il mese e l’anno di esecuzione dell’opera (la prima opera pubblicata  ufficialmente su tale blog risale al 22 ottobre del 2006). Dal 2006 a oggi ha creato ogni giorno un nuovo lavoro digitale “artefatto” con risultati creativi e immaginativi decisamente sorprendenti. Un qualcosa che ci sfugge e resta in/sospeso tra il presente e il momento dell’invenzione. Il risultato ottenuto nel tempo è aver prodotto una visione destrutturata e nel contempo definita in modo più mentale che attraverso l’uso di oggetti e situazioni concorrono a dar forma a una  rappresentazione di tipo immaginifico del tutto nuova, definita da frammenti  di spazi contrassegnate da tracce di senso “sospeso”, che a mezz’aria si rincorrono in attesa di essere finalmente percepite.Una ricerca indagata a tutto campo su   “universi possibili”, intesa come il luogo privilegiato per rilevare nuove ipotesi di lavoro  che nella dimensione creativa e mentale suggeriscono  nuove possibilità di ricerca, tra la libertà della creazione e la globalità intelligente del fare arte. Permane in Wood la proposta convincente di  una ricerca volutamente di confine  in un particolare campo di azione  svolto tra fotografia e rappresentazione poetica, come  spartiacque al  modo  omologato e spesso monotono proposto dal sistema istituzionale dell’arte. Ora, sta solo allo spettatore poter decifrare, senza impedimenti e costrizioni, ciò che è stato rappresentato in modo visionario nell’opera.

 

  Pavilion Lautania Valley 

  “Stranieri qui e altrove - Active Marginal Generation   Everywhere”

  Mostra n°4 / Retrospettiva di Reid Wood

  “Tempo sospeso / Segni e tracce  di un immaginario in/Visibile”

  Presentazione di 54 opere eseguite tra il 1970 e il 2024 

  con un testo critico di Sandro Bongiani

  11 agosto – 14 settembre 2024

 

Salerno, opening  11 agosto 2024  ore 18:00  

ORARI:  tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

In collaborazione con l’Archivio Reid Wood di Oberlin OH, (United States)

http://www.collezionebongianiartmuseum.it/

E-MAIL INFO: bongianimuseum@gmail.com

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39  3937380225