sabato 7 gennaio 2012

Olimpiadi dell’Arte 2012





OLIMPIADI DI STORIA DELL'ARTE

"PATRIMONIO 2012"


Sito di riferimento:
http://archivioophenvirtualart.blogspot.com/


Indirizzo E-Mail


 AUTORI:
Mariateresa Di Guglielmo
Giovanni  Bonanno
Maria Rosaria Galluzzi



Giovanni  Bonanno, Post Humain, 2011-
 Cartolina Postale, Edizione di 250 copie numerate e firmate dall'artista.



OLIMPIADI  DEL  PATRIMONIO 2012
http://www.anisa.it/

Promosse dall'ANISA (Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell'Arte) per diffondere una formazione culturale che si basa sull'opportunità di arricchire le conoscenze storico-artistiche e monumentali del nostro Paese. Gli allievi imparano a conoscere tecniche pittoriche e costruttive delle testimonianze esaminate. Viene incentivato il confronto tra le realtà scolastiche delle diverse Regioni.

http://www.cms.liceomedi-senigallia.it/progetti/olimpiadi-del-patrimonio/argomenti-e-materiali-per-la-prova-di-selezione


Olimpiadi del Patrimonio - Selezioni regionali:


Le selezioni regionali avranno luogo mercoledì 7 Marzo. L'elenco delle sedi verra comunicato intorno al 15 febbraio. Il 31 gennaio scade il termine per il versamento del bollettino di pagamento.

I nominativi degli studenti selezionati dagli istituti vanno comunicati entro il 15 febbraio





4° anno

Argomenti e materiali
per la prova di selezione



- 4. Firenze, Le sculture di Donatello per Orsanmichele e per il Campanile di Giotto



Link:









Appunti :
Dal 1411 lavorò alla decorazione delle nicchie della chiesa di Orsanmichele, realizzando sicuramente due statue, il San Marco (1411-1413) e il San Giorgio (1415-1417), per altrettante arti di Firenze che avevano ricevuto il compito di provvedere alla decorazione esterna con statue dei loro santi protettori. Vasari riferisce a Donatello anche il San Pietro, ma dissonanze stilistiche tendono oggi ad attribuire l'opera a Filippo Brunelleschi.  

Il San Marco fu commissionato dall'Arte dei Linaioli e Rigattieri ed è considerata la prima scultura pienamente rinascimentale nel percorso dell'artista, anche se il restauro ha riscoperto delle dorature superficiali di gusto piuttosto gotico. Inequivocabile è la forza che pervade dallo sguardo e la verosimiglianza priva di rigidità, che divenne una delle caratteristiche più apprezzate dell'arte di Donatello.


Queste caratteristiche sono ancora più sviluppate nel San Giorgio, un primo capolavoro assoluto, dove alcuni piccoli accorgimenti (composizione delle gambe a compasso, fermezza del busto appoggiato allo scudo, scatto a sinistra della testa) trasmettono appieno un'idea di energia trattenuta, come se la figura potesse muoversi da un momento all'altro.


Nel rilievo alla base del tabernacolo, San Giorgio libera la principessa Donatello inserì il primo esempio conosciuto di stiacciato e la più antica rappresentazione di uno sfondo impostato secondo le regole della prospettiva centrale a punto unico di fuga, teorizzata nel 1416 circa da Brunelleschi. Ma se per Brunelleschi la prospettiva era semplicemente un modo di organizzare lo spazio attorno alle figure, per Donatello, che centra il punto di fuga sulla figura di San Giorgio, esso è un modo per evidenziare il centro dell'azione, come se fossero le figure stesse a generare lo spazio.



Una terza statua per Orsanmichele, non più in loco dal 1459, è il San Ludovico di Tolosa (1423-1425) in bronzo dorato, oggi al Museo dell'Opera di Santa Croce.


Era destinata al tabernacolo della Parte Guelfa, poi ceduto al Tribunale della Mercanzia che vi collocò l'Incredulità di San Tommaso di Verrocchio, ma la nicchia di ordine corinzio è quella originaria di Donatello e aiuti, tra i quali probabilmente Michelozzo. L'opera, non particolarmente amata da una parte della critica a partire da Vasari, è importante per il recupero della tecnica della fusione a cera persa, che venne usata qui per la prima volta da Donatello in un'opera di grandi dimensioni, sebbene prudentemente creò più pezzi separati e poi assemblati. Col tempo l'uso di questa tecnica per Donatello divenne sempre crescente, arrivando ad essere quasi esclusiva negli anni della maturità.






Il Campanile:

Cinque statue per il campanile di Firenze

dall'Opera del Duomo, per partecipare alla decorazione scultorea del Campanile di Giotto, che all'epoca era arrivata alle nicchie del terzo livello. Il lati ovest e sud erano già stati terminati da Andrea Pisano e i suoi collaboratori nel secolo precedente, per cui ci si dedicò al lato est, quello verso le absidi.

Nel 1408 Nanni di Bartolo, collaboratore di Donatello, aveva già scolpito un Profeta barbuto (oggi non più identificabile) per cui la statua successiva fu affidata a Donatello ed era il Profeta imberbe risalente al 1416-1418, seguito dal Profeta pensieroso   (1416-1418),   e dal Sacrificio di Isacco (1421). 


Queste opere dimostrano come Donatello fosse propenso a sottolineare un forte realismo e una profonda intensità espressiva nelle sue sculture, oltre che la sua padronanza delle tecniche ottiche per far risaltare dal basso le statue che si trovavano a una notevole altezza. Il meglio riuscito del gruppo è il Sacrificio di Isacco, dove le due figure, strettamente unite, sono composte secondo un vibrante dinamismo dato dalla torsione dei loro corpi, che sottolineano anche il momento esatto in cui Abramo riceve l'intimazione dell'angelo divino a fermarsi, come sembra indicare il suo sguardo rivolto verso l'alto.

La decorazione del lato nord, il peggiore poiché difficilmente visibile in quanto a ridosso della parete della cattedrale, prese il via un po' più tardi, dal 1420 fino al 1435.

Per questo lato Donatello, ormai nel pieno delle sue capacità artistiche, scolpì due capolavori come lo Zuccone (il profeta Abacuc, dal 1423)   e il Geremia (dal 1427).


In queste statue Donatello profuse una straordinaria penetrazione psicologica, sia nei volti estremamente espressivi, sia nell'atteggiamento del corpo, sottolineato da un panneggio profondo e maestoso per il primo, mosso e vibrante per il secondo, che evidenzia i loro tormenti interiori.


A lavori ultimati gli Operai del Duomo furono così soddisfatti delle opere che le collocarono nel lato ovest, il più importante poiché parallelo alla facciata, spostando quelle più antiche di Andrea Pisano e bottega.








-1. Mantova,  Giulio Romano a Palazzo Te

















-5. La Basilica di Loreto e la Santa Casa, architettura e decorazione rinascimentale







Video:





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Materiale per la classe 2- 3,



9. I Templi di Abu Simbel










10. La chiesa di San Michele a Hildesheim: architettura e decorazione
 

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St Michaelis


Sito patrimonio dell'umanità UNESCO



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APPUNTI:

Chiesa di San Michele (Hildesheim)

La Chiesa di San Michele (in tedesco: Michaeliskirche) è un edificio rappresentativo dell'architettura ottoniana e si trova a Hildesheim, in Germania. Dal 1985 fa parte dell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, insieme alla Cattedrale della città.

Storia

La chiesa venne costruita fra il 1001 e il 1031 sotto la direzione del vescovo San Bernoardo di Hildesheim, come cappella del suo monastero benedettino. Bernoardo dedicò il nuovo edificio alla figura dell'Arcangelo Michele, che nel Cristianesimo rappresenta l'angelo che difende dal maligno; il santo pensò che alla sua morte poteva essere sepolto in questo posto[1]. Ciò non fu possibile poiché Bernoardo morì nel 1022, cioè undici anni prima della consacrazione della chiesa avvenuta nel 1033. Il successore di Bernoardo, Godehard, trasferì le spoglie del vescovo nella cripta della chiesa una volta che essa fu ultimata.

L'esterno della cripta in cui è sepolto Bernward

Quando, nel 1542, ad Hildesheim venne adottata la riforma, la chiesa di San Michele divenne protestante, ma il monastero benedettino continuò ad esistere fino al 1803, quando venne secolarizzato. I monaci continuarono ad utilizzare la chiesa e la cripta, che ancor oggi è cattolica. L'edificio venne distrutto dai bombardamenti verso la fine della seconda guerra mondiale, ma venne restaurato fra il 1950 e il 1957.

Architettura

La chiesa di San Michele, risalente all'inizio dell'XI secolo, è uno dei migliori esempi di passaggio tra l'arte ottoniana e l'arte romanica. L'edificio, che presenta analogie con la più antica chiesa abbaziale di Saint-Riquier, è costituito in pianta dallo schema geometrico con tre quadrati: uno relativo al corpo centrale a tre navate, due simmetrici con transetti e due cori, con una torre quadrata in ognuno dei punti d'intersezione. Il coro occidentale è enfatizzato da un deambulatorio e dalla cripta. Tutta la pianta della costruzione quindi segue rigorose norme geometriche, con rapporti ben precisi fra le dimensioni della navata e dei transetti. Anche l'alzato è calcolato su proporzioni armoniche di tipo matematico (1/1, 1/2 o 1/3) e si ha una visione come di solidi geometrici definiti dalle murature lisce e compatte che si intersecano in un gioco di vuoti e pieni. Vi sono inoltre due ingressi in ogni abside e 4 ingressi sui lati settentrionale e meridionale della chiesa.

Nell'interno pilasti e colonne si alternano tra le navate ed alle estremità dei tensetti si trovano i cosiddetti cori degli angeli, con finestre che decrescono in alto secondo rapporti matematici.


L'interno della Chiesa di San Michele

Oltre al coro ed al chiostro, la parte più nota della chiesa è rappresentata dalla cella in legno dipinto (risalente al 1230) che si trova all'interno dell'edificio e che mostra l'albero genealogico di Gesù. Sotto il tetto si trova un cleristorio con finestre ad arco che illuminano l'interno.

La chiesa è lunga quasi 75 metri, con due transetti lunghi 40 metri e larghi 11; la cripta è lunga 18 metri e le tre navate sono larghe in tutto quasi 23 metri. I muri hanno uno spessore di 1,63 metri.

Le sculture bronzee

Un'eccezionale testimonianza di scultura in bronzo, risalente all'inizio dell'XI secolo, sono le due grandi porte bronzee della chiesa, montate nel 1015. Su ciascuna porta sono raffigurate otto scene del vecchio testamento, lavorate in altrettanti riquadri incolonnati. La narrazione si dispiega su ciascun episodio in maniera sciolta, con un equilibrato disporsi delle figure nello spazio, secondo schemi decorativi del Salterio di Utrecht e delle bibbie miniate della scuola di Tours.

Gli elementi architettonici e paesistici sono a bassissimo rilievo, mentre le figure umane emergono anche ad alto rilievo, conferendo drammaticità alla rappresentazione.

Delle stesse maestranze resta anche una colonna istoriata a spirale, realizzata qualche anno prima per la stessa chiesa, dove viene ripreso il modello delle colonne romane (come la Colonna Traiana), aggiornato ai temi cattolici, con la narrazione delle storie di Cristo, dal battesimo fino alla crocefissione, in uno stile solenne e dal notevole risalto plastico.



Pubblicazioni:

Gerhard Lutz

Chiesa di San Michele a Hildesheim

San Michele a Hildesheim è tra le più importanti chiese ottoniana in Germania. Costruito negli anni 1010-1022 dal vescovo di Hildesheim Bernward, l'edificio fa parte insieme con il Duomo di Hildesheim dal 1985 al patrimonio mondiale dell'UNESCO.

L'autore spiega con chiarezza Gerhard Lutz storia e le caratteristiche di questo monastero benedettino eccezionale. Per raddoppiare la basilica con due transetti e una torre quadrata in ogni incrocio è considerato un classico esempio di architettura ottoniana. La chiesa contiene importanti pezzi di attrezzature come i rilievi in stucco dipinto dello schermo coro (alla fine del 12 ° secolo) e il soffitto in legno dipinto con la radice di Iesse (1230). Eccezionale, specialmente-fatta filmati di Andreas Lechtape illustrare questa guida grande arte alla chiesa di San Michele.

Veloce e pubblicato da Steiner. Il titolo è ora disponibile per € 9,90.

232 pagine, 112 fotografie, numerosi grafici. Efalin copertina, ristampa dell'edizione originale. € 20, -

 
 
 
 

 

Dea di Morgantina





La Dea di Morgantina è una statua proveniente dal sito archeologico di Morgantina (provincia di Enna), in Italia.

È esposta al Museo Archeologico di Aidone in seguito ad un contenzioso protrattosi per anni tra l'Italia e gli Stati Uniti, causato dal precedente acquisto illecito dell'opera da parte del Paul Getty Museum di Malibu.



Storia

La dea fu scolpita nel V secolo a.C. in Sicilia: l'autore sarebbe un discepolo di Fidia, operante nella Magna Grecia. La statua fu trafugata dal sito archeologico di Morgantina nella seconda metà del Novecento, per essere poi venduta al Paul Getty Museum che l'acquistò e la espose nel 1988. Fu acquistata ad un'asta a Londra per 28 miliardi di lire.





di ELEONORA LOMBARDO

L'appuntamento con la Dea di Morgantina, quando la statua svelerà ai siciliani tutta la bellezza della plastica greca, è fissato per martedì 17 maggio. Finalmente è stata ufficializzata la data per l'inaugurazione del nuovo allestimento del museo di Aidone che ospita la statua: si darà inizio così alla grande sfida che, con il ritorno della dea, punta alla rinascita della provincia di Enna. Lo ha annunciato ieri l'assessore ai Beni culturali Sebastiano Missineo intervenuto alla conferenza stampa che si è tenuta a Palazzo d'Orleans alla presenza del Presidente della Regione Raffaele Lombardo, del prefetto di Enna Giuliana Perrone e del sindaco di Aidone Filippo Gangi.



La Dea di Morgantina torna in Sicilia

L'allestimento ad Aidone

Per ospitare la statua della dea, dopo un'odissea trentennale, il Museo archeologico di Aidone ospitato nell'ex convento dei Cappucini è stato risistemato, tanto da recuperare quattro nuovi spazi espositivi. Una stanza verrà dedicata alla dea, a una vetrina con i frammenti appartenuti al panneggio della statua e non più integrabili alla figura, a una statua femminile acefala in calcarenite e a una statua di terracotta di Persefone. La nuova stanza del museo è più piccola di quella che ospitava la statua presso la Getty Villa di Malibù, ma essendo anche più alta si spera ne possa valorizzare meglio la maestosità (la statua ha un'altezza di 2 metri e 20 centimetri). La stanza della dea potrà consentire la fruizione a 20-25 visitatori alla volta. Si tratta di una sistemazione provvisoria. Sarà realizzato un nuovo padiglione per ospitare la statua, ma anche i servizi logistici di cui il museo necessita: un book shop e una caffetteria.

Nelle altre tre nuove stanze verranno sistemati gli argenti del tesoro di Eupolemo, gli acroliti di Demetra e Kore e alcuni resti architettonici del sito di Morgantina. Oltre ad avere creato un nuovo percorso di visita che mette al centro la dea e gli argenti e ad avere raddoppiato lo spazio espositivo, il Museo assicura l'apertura al pubblico sette giorni su sette, dalle nove alle venti e non esclude la possibilità di prevedere delle aperture serali estive. L'obiettivo è quello di raggiungere i quattrocentomila visitatori annui, gli stessi che la statua contava nel suo soggiorno californiano.

L'ambizione è quella di un flusso turistico che spenda almeno un'intera giornata fra il Museo di Aidone, il sito archeologico di Morgantina e la Villa del Casale di Piazza Armerina che riaprirà definitivamente al pubblico il prossimo ottobre. "Puntiamo sulla creazione di un distretto culturale che abbia come denominatore comune l'archeologia greco-romana - dice Missineo - nel prossimo futuro verranno stanziati circa otto milioni di euro per rilanciare i luoghi di interesse culturale dell'ennese e che devono costituire rete fra loro per catturare il più possibile l'attenzione del turismo stanziale, quello che deciderà di pernottare e permanere più di un giorno nella zona".

Degli otto milioni di euro destinati al completamento dei restauri della Villa del Casale e del sito archeologico di Morgantina, una cospicua parte sarà destinata ai lavori di restauro del Castello di Lombardia di Enna. L'area sarà inserita nel Circuito del Mito e già si fa il nome di Irene Papas, l'attrice greca, la Penelope dello storico adattamento televisivo dell'Odissea, come ospite certa. Ma ancora non c'è una data né dettagli sul tipo di spettacolo.

In attesa che si realizzi questa valle archeologica, fervono i preparativi per l'inaugurazione del 17 maggio. Non ci sarà Napolitano, ma ci si aspetta la presenza del neo ministro ai Beni culturali Giancarlo Galan, che ha superato le perplessità sulla collocazione della dea di Morgantina nel museo di Aidone, convinto che la vicinanza con la Villa del Casale, che dista 10 chilometri, possa essere ragione sufficiente a non pensare la statua in mezzo al "deserto infrastrutturale".

Proprio per il giorno dell'inaugurazione sarà possibile visitare la Basilica laica della Villa del Casale e gli appartamenti Nord appena restaurati. Prima dell'inaugurazione ufficiale sono in programma degli educational tour della statua, del museo e dei siti archeologici dell'area dedicati alle scuole, agli operatori turistici e a quelli del mondo produttivo-imprenditoriale. Tre giorni prima dell'apertura al pubblico, i residenti del Comune di Aidone potranno ammirare la dea in esclusiva e gratuitamente. Per tutti gli altri il costo del biglietto sarà di 6 euro, altri 6 per visitare l'area archeologica di Morgantina, ma solo 10 se si acquistano entrambi i biglietti.

Per l'acquisto e la prenotazione dei biglietti, ma anche per costruire un'interfaccia innovativa, da maggio sarà on-line un sito interamente dedicato alla dea www.deadimorgantina.it. Al momento è pronta solo la prima schermata, dalla quale è possibile vedere il video realizzato dalla Presidenza della Regione: si intitola Il ritorno della dea e sulle immagini del ritorno a casa della statua, la voce divina parla in prima persona: "Sono una dea di Morgantina. Sarò la voce di tutti voi, la vostra ricordanza. Che ogni promessa venga mantenuta".
(22 APRILE 2011)






 l'atleta di Fano
La statua bronzea di Lisippo: l'Atleta di Fano al Getty Museum


L'Atleta di Fano, Atleta vittorioso, Atleta che si incorona o Lisippo di Fano, conosciuto negli Stati Uniti anche come Victorious Youth (Giovane Vittorioso) o Getty Bronze, è una scultura bronzea risalente al periodo ellenistico realizzata dallo scultore greco Lisippo.


Realizzazione

Le dimensioni della statua sono in altezza (misurata dal capo al polpaccio, visto che i piedi non sono presenti) 151,5 cm, in larghezza 70,0 cm e in profondità 28,0 cm. Quindi le dimensioni erano proporzionate al vero. Il peso è di 50 kg circa.
La statua è stata realizzata con la tecnica della fusione a cera persa, cioè con un modello positivo cavo in cera a perdere, su cui veniva appoggiata la terra da fonderia che creava il negativo, all'atto della colata la cera evapora per l'alta temperatura del metallo e lascia spazio a questo. Questa tecnica permetteva un'ottima modellabilità e la possibilità di rifinire minuziosamente i particolari, oltre che di ottenere superfici accuratamente levigate. Con questa tecnica non si poteva ottenere la statua in un'unica colata ma le varie parti, come tronco, testa, braccia e gambe, venivano realizzate separatamente e solo successivamente unite per saldatura.

La lega metallica utilizzata è un bronzo con la seguente composizione: rame 88,6%, stagno 11,3%, piombo >0,1%, arsenico 0,15-0,17% e cobalto 0,1%.

Tracce della terra da fonderia a volte permangono all'interno del fuso e le analisi chimiche permettono di conoscere la composizione della terra e quindi ipotizzare con buona approssimazione il luogo in cui la statua è stata formata e colata. A volte, nella terra da fonderia rimangono incluse anche piccole parti organiche come ossi o, come successo in questo caso, gusci di nocciole e noccioli di olive, che hanno permesso l'analisi e la datazione con il metodo del carbonio-14. Allo stato attuale delle conoscenze è comunemente accettata la datazione tra la fine del IV secolo a.C. e il II secolo a.C. ricavata con questo metodo. Non si può restringere ulteriormente questo intervallo temporale a causa dell'incertezza di misura intrinseca del metodo.

Questo elemento cronologico e soprattutto considerazioni di tipo stilistico hanno portato la statua ad essere attribuita dallo scultore greco Lisippo. Già nella sua prima ispezione Bernard Ashmole ed altri studiosi l'attribuirono a Lisippo, grande nome della storia dell'arte greca. Il metodo attuale considera meno importante l'attribuzione tradizionale dell'opera rispetto al contesto sociale in cui è stata concepita: il luogo dove è stata modellata, per quale scopo e chi doveva rappresentare.


Descrizione artistica della scultura

Il giovane atleta è rappresentato in nudità eroica.

La statua si presenta con la base mancante sino all'altezza delle caviglie, forse i piedi si sono staccati nel momento in cui la statua si è casualmente impigliata nella rete del peschereccio ma non è escluso che la rottura sia da ricondurre in età antica al momento del naufragio. Gli occhi, mancanti, furono probabilmente realizzati separatamente in avorio e inseriti a fusione ultimata, mentre i capezzoli sono in rame.

Anche se la parte inferiore ai polpacci è mancante dalla postura della statua si deduce che il piede ponderale, quello su cui la statua scarica il peso, è il destro. Mentre la gamba destra è diritta, la gamba sinistra è leggermente piegata in avanti e sembra che il piede sinistro poggiasse in punta. L'asse del tronco è lievemente inclinato verso sinistra mentre il collo ripiega verso destra con la testa che, in opposizione, ricade verso sinistra. Il capo, rispetto al busto, ha una leggera torsione a sinistra. Lo sguardo, con espressione fiera ma composta, sembra rivolgersi diritto avanti a se ad altezza d'uomo.

Mentre il braccio sinistro si distende naturalmente lungo il fianco, il braccio destro è alzato, con il gomito all'altezza della spalla e la mano all'altezza della fronte nell'atto, appena compiuto, di incoronarsi con una corona di alloro o olivo, usata dai vincitori, che l'atleta tiene in testa. Indice ed medio sono infatti appena scostati ed in opposizione del pollice, mentre anulare e mignolo sono ripiegati su se stessi. I capelli corti sono raggruppato in ciocche fluenti e ondulate che si dipartono uniformemente verso destra e sinistra a partire dall'altezza dell'occhio sinistro.

La scultura avrebbe potuto far parte di un gruppo scultoreo-celebrativo di alcuni atleti vittoriosi posto in un santuario greco-panellenico come a Delfi o Olimpia. A questo proposito è interessante notare che le analisi  delle fibre trovate internamente alla statua hanno rivelato la presenza di lino; dal geografo Pausania ci è noto che nel II secolo d.C. l'unico luogo in cui cresceva il lino in Grecia era attorno ad Olimpia.


Naufragio

L'ipotesi più accreditata è che la statua sia naufragata nel medio Adriatico insieme alla nave che la stava trasportando dalla Grecia verso la penisola italiana, probabilmente puntava al porto di Ancona.


Ritrovamento ed esportazione

Come mostrato da questa fotografia di pre-conservazione, quando fu issata dal mare la statua dell'Atleta vittorioso era ricoperta da uno spesso strato di sedimenti e incrostazioni.

Essa fu rinvenuta venerdì 14 agosto 1964 nel mare Adriatico al largo di Fano catturata dalle reti del peschereccio italiano "Ferruccio Ferri". Il luogo del ritrovamento del bronzo, a sentire le testimonianze dei pescatori è una zona del mar Adriatico chiamata "Scogli di Pedaso" ma questo non è stato noto con sicurezza per molti anni, e in particolare si è molto discusso se l'oggetto fosse stato ritrovato in acque italiane o internazionali.

Comunque sia l'esportazione è stata illegale secondo le leggi dell'epoca, in particolare la legge 1089/39, che stabilisce che i beni archeologici ritrovati sono di proprietà dello Stato italiano. Infatti nel primo caso il reperto apparterrebbe allo Stato italiano, nel secondo caso essendo l'Atleta issato su una imbarcazione battente bandiera italiana e successivamente sbarcato a Fano, in Italia, sarebbe dovuto ricadere sotto la legislazione italiana che impedisce l'esportazione di opere archeologiche ed avrebbe dovuto essere soggetto all'obbligo di notifica al ministero competente.

Sul motopesca italiano si trovavano il capobarca Romeo Pirani, i tre marinai Derno Ferri (motorista), Athos Rosato (murea) e Durante Romagnoli (marò) ed inoltre Valentino Caprara, Nello Ragaini e Benito Burasca. L'armatrice era la signora Valentina Magi.

Athos Rosato ha confermato quanto sempre sostenuto dal capobarca Pirani, cioè che la statua è stata ritrovata a «circa 43 miglia a levante del monte Conero e circa 27 miglia dalla costa croata, un punto di mare chiamato "Scogli di Pedaso" (Coordinate 43°23′32″N 14°33′26″E43.39222°N 14.55722°E43.39222; 14.55722). In quel tratto, secondo il mozzo, la profondità del mare era circa di 43-44 braccia.», cioè a circa 75 metri di profondità.

La rete si è impigliata nelle braccia della statua che è stata sollevata dal fondo del mare, probabilmente i piedi, verosimilmente incastrati o insabbiati, si sono staccati in quest'occasione per lo strattone ricevuto.

Successivamente la statua è stata trasportata su un carretto e riposta in un sottoscala nella casa della proprietaria della barca Valentina Magi, nei giorni successivi molte persone poterono vederla, così i pescatori preoccupati che la voce si spargesse e di un eventuale ispezione della Guardia di Finanza, chiesero e ottennero di nascondere la statua, sotterrandola in un campo coltivato a cavoli di proprietà di Dario Felici, un loro amico.

Lo stesso Berardi racconta che al momento del dissotterramento delle statua dal campo di cavoli si staccò un concrezione che fu regalata a Elio Celesti, professionista e politico fanese, il quale, su segnalazione di Berardi, la consegnò al procuratore della Repubblica di Pesaro, Savoldelli Pedrocchi. Le analisi di questa concrezione hanno dimostrato che è stata a contatto con una lega metallica di stagno e rame, cioè bronzo.

La notizia del ritrovamento di un'antica statua arrivò a Pietro Barbetti, un antiquario di Gubbio, che l'acquistò per 3.500.000 lire. In seguito la statua fu portata da Pietro Barbetti e da Fabio Barbetti nella canonica di don Giovanni Nargni e qui custodita per diverso tempo, questa circostanza, confermata poi anche dal sacerdote stesso, è stata notata dalla perpetua di don Nargni che denunciò anonimamente il fatto ai Carabinieri, che intervennero e si arrivò ad un processo con l'accusa di acquisto e occultamento di un'antica opera d'arte in danno dello Stato italiano. Accusati furono Pietro Barbetti con i parenti Fabio e Giacomo Barbetti e il prete Giovanni Nargni. In primo grado furono assolti per insufficienza di prove, in secondo la Corte di Appello i Berbetti a 4 mesi di reclusione e don Nargni a 2 mesi. Poi la Cassazione rimise i 4 nuovamente al giudizio della Corte d'Appello che li assolse con formula piena.

La statua nel frattempo era già stata venduta da Giacomo Barbetti, cugino di Pietro, ad un antiquario milanese di cui non si conosce il nome. Secondo altre ipotesi da confermare la statua fu invece esportata in una cassa di medicinali verso una missione religiosa in Brasile in cui operava un conoscente dei Barbetti.

La statua nel 1971 viene acquisita da Heinz Herzer, un commerciante di Monaco di Baviera aderente all'Artemis Group, e viene sottoposta alle prime analisi e restauri. Nel 1974 l'esame del radiocarbonio data la statua approssimativamente al IV secolo a.C. e viene attribuita per la prima volta a Lisippo.

Dopo alcune trattative e tentativi di offerta al mercato nero ed una forte competizione contro il Metropolitan Museum of Art, fu acquistata nel 1977 dal Getty Museum per 3,98 milioni di dollari.

La statua è attualmente esposta alla Getty Villa di Malibu, California.

Contesa tra Stato italiano e Getty Museum






CERCA:

Per  Ravenna, mausoleo di Galla Placidia e Battistero degli Ortodossi

Visitare:









Materiale per la classe 5


2. Venezia, Il Ponte di Calatrava e il Restauro di Tadao Ando per il Museo di Punta della Dogana











7. Napoli, Le Regge di Capodimonte e Portici













Per Canova, i monumenti funebri a San Pietro e SS. Apostoli

Visitare:







ALTRI SITI
SUL PATRIMONIO ARTISTICO CULTURALE


CITTA' E SITI UNESCO









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Selezione Regionale II Prova

La seconda Prova proposta quest'anno per le selezioni regionali (vedi Bando e Linee Guida), verterà sul tema dell'educazione al patrimonio come educazione alla legalità ed educazione alla cittadinanza. Per ogni regione abbiamo indicato tre casi di abusivismo e/o degrado di beni culturali e/o paesaggistici. Il questionario comprenderà non più di 5 domande strutturate e/o semi strutturate su uno dei casi prescelti. La documentazione di riferimento è quella già indicata nelle linee-guida (La Lista Nera e il Dossier Mare Mostrum di Legambiente, la Lista Rossa e il Libro Bianco di Italia Nostra consultabili sui rispettivi siti, il sito di Patrimonio SOS, il libro Stella-Rizzo, Vandali, L'Assalto alle Bellezze di Italia, Rizzoli). Ma consigliamo sui singoli argomenti anche una analitica esplorazione in rete ( siti locali, stampa nazionale e locale ); nelle domande potrà essere fatto riferimento a una selezione di articoli della Costituzione e del Codice dei Beni Culturali consultabili a giorni sul sito
 http://www.anisa.it/

Non è stato semplice selezionare i casi perché nelle varie regioni di Italia la situazione non è omogenea: le regioni meridionali sono purtroppo le prime nella classifica dell'abusivismo edilizio; i casi eclatanti di degrado di beni artistici sono invece tantissimi un po' dappertutto. Tuttavia mentre i mancati restauri sono quasi sempre dovuti a inesistenza di fondi e spesso la cattiva gestione o l'insufficienza dei servizi di custodia è causa di incuria e degrado di molti siti archeologici, le nostre coste ma anche le valli e le colline sono aggredite dall'illegalità: una speculazione selvaggia che ha calpestato e continua a calpestare leggi, piani regionali e regolamenti urbanistici.

Ci sono anche eccezioni o comportamenti virtuosi; la battaglia durata a volte decenni di alcuni Comuni, Regioni, Associazioni ha contato qualche vittoria: dall'abbattimento degli Ecomostri di Punta Perotti (Ba), dell' Hotel Fuenti di Vietri sul Mare (Sa), dei quattro palazzoni di Copanello (Cz), dei 21 scheletri di cemento armato dell' Isola di Ciurli a Fondi (Lt) alla demolizione di fabbricati abusivi a Rossano (Cs), a Castel Volturno (Ce), a San Vincenzo(Li), all’isola di Palmaria, ma molti estenuanti contenziosi sono ancora in corso.

Perché questa battaglia contro l'illegalità diventi più forte e condivisa riteniamo fondamentale il ruolo della Scuola che può e deve accrescere negli studenti la consapevolezza di futuri cittadini, che si riconoscano nel dettato dell'art. 9 della Costituzione:

Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.




Elenco degli Argomenti


Piemonte:

1. Borgo di Leri Cavour, Trino. (VC)

2. La Cittadella di Alessandria

3. Casa Bossi, Novara

Lombardia

1. Quartiere di Santa Giulia, Milano, Rogoredo

2. Castello Visconteo di Cusago (MI)

3. Ex Chiesa di San Dionigi Mortara (PV),



Veneto:

1. Villa Forni Cerato, Montecchio Precalcino, (VI)

2. Riqualificazione Parco della Favorita, Lido di Venezia

3. Progetto di Veneto City, Dolo(VE)


Emilia Romagna:

1. Torre delle Acque, Colorno (PR)

2. La Torre degli Asinelli e la Garisenda, Bologna

3. La Ex-caserma Garibaldi, già monastero di San Pietro, Modena



Toscana:

1. Le Gualchiere di Remole, Firenze,

2. L'Ecomostro di Procchio (Isola d'Elba) (LI)

3. L'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra (PI)



Marche:

1 Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti, S.Elpidio a Mare (FM)

2 Centro turistico termale “Terme di Carignano”, Fano (PU)

3 Centro Polifunzionale e nodo di Scambio Nuova Porta Santa Lucia ,Urbino



Lazio:

1. Villa Ada: degrado ex scuderie e danni ambientali, Roma

2. Holiday Village Fondi, abusi in un'area demaniale (LT)

3. Necropoli della Banditaccia, Cerveteri



Campania:

1. Ecomostro di Alimuri, Vico Equense (NA)

2. Villaggio Pineta-mare, Castel Volturno (CE)

3. Reggia Fattoria Borbonica, Carditello (CE)



Molise:

1. Area archeologica di Sepino e l’antico tratturo romano(CB)

2. Il nuovo porto turistico di Montenero di Bisaccia (CB)

3. Termoli: cementificazione dell'area costiera(CB)



Basilicata:

1. Complesso di Sant'Agostino Matera

2. I Laghi di Monticchio (PZ)

3. L'inceneritore di Melfi (PZ)


Puglia:

1. Le villette abusive del Villaggio Torre Mileto,Lesina (FG)

2. Porto Cesareo: l’albergo di Punta Saponara (LE)

3. Torre d'Ayala a Taranto



Calabria:

1. Palafitta a Falerna Scalo (CZ)

2. Abusivismo e degrado nella zona archeologica di Capo Colonna a Crotone

3. Ecomostro di Fiuzzi a Praia a Mare (CS)



Sicilia:

1. Palermo, Villa Napoli

2. Le palazzine di Lido Rossello a Realmonte( AG)

3. Il Parco archeologico di Selinunte e la sua area (TP)


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CAMPANIA
Argomenti:



- Ecomostro di Alimuri  
L’ecomostro di Alimuri, lo scempio protetto della costiera sorrentina



Nome: Albergo di Alimuri
Luogo: Vico Equense (NA)
Data di nascita: 1965
Destinazione: ricettività turistica
Dimensioni:
Proprietà: S.A.A.N. S.r.l.

Campania


Eccolo, il più longevo ecomostro della costa sorrentina e forse del Paese. Lo scheletro di cemento di quel che doveva essere un hotel da cento stanze, 2 mila metri quadrati e 18 mila metri cubi. Costruito grazie a una sciagurata licenza del 1962, poi annullata quando ormai il rudere aveva preso forma. Passato indenne a tre inchieste giudiziarie, ai raid della Goletta Verde di Legambiente al grido “abbattiamolo”, a una girandola di cambi di proprietà e all’accordo per la demolizione siglato nel 2007 dal ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli con la Regione Campania, la Provincia di Napoli e i titolari dell’immobile.



Domanda: che mercato ha un abuso edilizio che tutti vorrebbero per decenza vedere raso al suolo? Chi non è del ramo non saprebbe cosa rispondere. Sappiamo però che l’ecomostro cambia di mano tre volte negli ultimi venti anni. Nel 1988 viene rilevato da La Conca srl per 240 milioni di lire. Che nel dicembre 1993 cede alla Sa.An per un importo nel frattempo lievitato a 2 miliardi e 700milioni di lire. Nell’ottobre 2006 subentra Sica srl. Sia in Sa.An che in Sica srl compare la signora Anna Normale, imprenditrice, rampolla di una notissima famiglia napoletana, dal 2003 moglie di Andrea Cozzolino, bassoliniano dirigente locale dei Ds che nel 2005 diventerà assessore regionale alle Attività Produttive e nel giugno 2009 risulterà il primo degli eletti del Pd all’Europarlamento nella circoscrizione Sud.


Appuntiamo queste notizie e torniamo all’ecomostro. E’ brutto, fatiscente e pericoloso. Perché affaccia sul mare e così qualche incosciente si inerpica sulla struttura per azzardare un tuffo o ammirare il panorama, infrangendo l’ordinanza di divieto di transito per pericolo caduta massi e attraversando i buchi di una recinzione da pollaio. Infatti ogni estate qualcuno si ferisce. Negli ultimi due anni tre ragazzi sono finiti in ospedale. L’ultimo all’inizio di quest’estate: ha ceduto il solaio di un balcone del secondo piano, il giovane è precipitato sugli scogli e ha rischiato di rimanere paralizzato. D’inverno le cose non vanno meglio: il luogo si popola di spacciatori e tossici.


L’invocata demolizione pare avvicinarsi nell’estate del 2007, con la firma della convenzione promossa da Rutelli. Il costo dell’abbattimento, del ripristino del fronte mare e del costone alle spalle del manufatto verrebbe così spalmato: 600mila euro a carico del governo e della Regione, 500mila a carico dei privati che in cambio ottengono una nuova licenza per costruire un altro hotel di pari cubatura a Vico Equense. Ma le condizioni dell’accordo fanno gridare allo scandalo il presidente della commissione Ambiente del Senato Tommaso Sodano (Rifondazione Comunista) e altri trenta parlamentari. “Condizioni troppo vantaggiose per i privati – afferma Sodano in un’interpellanza – perché oltre alla discutibile distribuzione dei costi, c’è anche una clausola che include la possibilità che un qualsiasi incremento delle spese ricada solo sugli enti pubblici”. Una martellante campagna stampa del Corriere del Mezzogiorno, che sottolinea il legame tra l’imprenditrice proprietaria dell’immobile e l’assessore più potente della giunta Bassolino, di fatto manda a gambe all’aria l’intesa ministeriale. La signora Normale però invia al Corriere del Mezzogiorno una lunga lettera nella quale fa scalpore un passaggio: “Probabilmente se non fossi la moglie di Andrea Cozzolino sarei in lizza per un premio, nell’anno delle Pari Opportunità, per essere donna e imprenditrice. Invece il grande scandalo o colpa è che mio marito è un uomo impegnato politicamente, ergo io traggo benefici nei miei affari. Ma ho sempre svolto la mia attività nel rispetto delle norme e vorrei continuare a farlo”. Il direttore Marco Demarco aspetta tre giorni, poi le risponde con un’editoriale pungente: “La signora Normale – scrive Demarco – si è chiesta come mai, invece di sollevare inutili obiezioni sui probabili conflitti d’interessi, a nessuno sia ancora venuto in mente di proporla una medaglia al valor civile. Lo facciamo noi, perché in una Regione in cui non si riesce a riciclare una bottiglia di plastica o una sola lattina di cocacola, la signora Normale ha trovato il modo, rottamandoli, di riciclare gli ecomostri”. E non è poco.


Conclusione: lo scheletro di cemento armato doveva andare giù entro il 31 ottobre 2007 e invece è ancora lì, mentre i fondi per la demolizione sarebbero stati stornati. E c’è un’ulteriore, recentissima, coda giudiziaria. La Procura della Repubblica di Torre Annunziata ha iscritto nel registro degli indagati il sindaco di Vico Equense, l’azzurro Gennaro Cinque, per omissioni di atti d’ufficio. Si indaga sulle presunte carenze nell’installazione della cartellonistica per segnalare i divieti di accesso nell’area recintata, riscontrate dopo l’ennesimo infortunio di quest’estate.





Alimuri, l’ecomostro di Vico Equense (Na)

Abbattere un ecomostro per costruirne un altro. E’ l’incredibile caso dell’Alimuri, lo scheletro di albergo che da quasi 40 anni deturpa la suggestiva costa della Penisola sorrentina.  Questa la storia. Nel 1964 viene rilasciata la licenza per costruire un albergo di 100 stanze sulla spiaggia della conca di Alimuri. Nel 1967 la licenza viene rinnovata per la costruzione di 50 stanze più accessori per un altezza massima di 5 piani. Nel 1971 la Soprintendenza ordina la sospensione dei lavori, ma il ministero della Pubblica Istruzione accoglie il ricorso proposto dal titolare della licenza. Nel 1976 la Regione Campania annulla le licenze rilasciate dal Comune perché in contrasto con il Programma di fabbricazione, ma il Tar Campania nel 1979 e il Consiglio di Stato nel 1982  annullano gli atti adottati dalla Regione. Nel 1986 i lavori sono sospesi dal Comune di Vico Equense  perché si rende necessario il consolidamento del costone roccioso retrostante. Da allora, lo

scheletro dell’albergo diventa un punto di ritrovo per la piccola delinquenza locale e per lo spaccio di stupefacenti, mentre tra i pilastri di cemento armato sorge spontanea una vera e propria discarica.  Per risolvere l’annosa questione è sceso in campo l’ex ministro dei Beni Culturali, Francesco Rutelli,  che ha cercato di trovare un accordo tra gli Enti interessati e i privati per l’abbattimento dell’ecomostro. L’accordo è stato trovato lo scorso anno di questi tempi, ma secondo gli ambientalisti l’intesa raggiunta favorisce i privati. Prevede infatti che, in cambio dell’abbattimento, alla proprietà venga concessa la possibilità di costruire un nuovo ecomostro da 18mila metri cubi in un’altra area di Vico Equense, permettendo nello stesso tempo ai privati di insediare uno stabilimento balneare su parte dei suoli dell’attuale ecomostro. In più la demolizione dell’Alimuri dovrebbe essere in gran parte a carico dello Stato e della Regione. Per questa ragione gli ambientalisti della costiera, alcune forze politiche e buona parte dell’opinione pubblica chiedono al
Governo di riconsiderare le condizioni dell’accordo e bloccare la procedura, che rischia di premiare chi comprò quella struttura per compiere una speculazione edilizia.



Lo scempio di Alimuri (Na)

1962 – 2010: l’ecomostro di Vico Equense compie 48 anni ed è ancora lì, incompiuto, con  le sue strutture di cemento armato a vista, cinque piani, 18 mila metri cubi su un' area di 2 mila  metri, un grande alveare alto 16 metri in  paziente attesa che qualcuno decida le sue sorti. Nessuno fino a oggi ha tolto un centimetro di  cemento dallo scheletro dell’albergo mai finito  che domina il mare della penisola sorrentina e che si è trasformato in una pericolosa   piattaforma per i tuffi, spesso letali. La storia di  questo abuso comincia con il rilascio della prima licenza per la realizzazione di un albergo da 100 stanze nella prima metà degli anni 
sessanta. Da allora tra sospensioni dei lavori,  ricorsi, sentenze, licenze annullate, nuovi  ricorsi e nuove sentenze, sono passati decenni e il manufatto è diventato luogo di affari legati al traffico degli stupefacenti e tra i pilastri è nata una discarica abusiva di rifiuti. Tre anni fa  sembrava fosse stato trovato l’accordo per dare una svolta alla vicenda: in cambio della demolizione, in larga parte coperta da soldi pubblici, ai proprietari veniva concessa la possibilità di costruire altri 18 mila metri cubi di cemento su un’altra area sempre nel comune di Vico Equense. In più, su parte dei terreni occupati dallo scheletro avrebbero potuto realizzare uno stabilimento balneare. Per chi vive sulla costiera, un accordo troppo generoso verso i privati e
troppo poco verso l’interesse collettivo per il ripristino dei luoghi violati. Così. Dopo quasi dieci  lustri, la situazione resta bloccata e non ci sono le premesse perché qualcosa cambi.Nei primi mesi del 2007 Francesco Rutelli, ministro per i Beni e le Attività Culturali, ha disposto che Alimuri fosse inserito nella lista degli ecomostri da abbattere “con corsia preferenziale”.  L’ecomostro di Alimini, infatti, ha un duplice effetto devastante: da una parte dà corso all’ennesimo assalto al patrimonio ambientale della penisola sorrentina; dall’altro rappresenta un’opera a rischio, perché costruita alle pendici di un costone roccioso fragile, dislocato in piana zona rossa del piano d’intervento per il dissesto idrogeologico realizzato dall’Autorità di Bacino del Sarno.




Cronistoria:

1964 viene rilasciata la licenza per costruire un albergo di 100 vani

1971 la Soprintendenza ordina la sospensine dei lavori, a cui si oppone il Ministero della Pubblica Istruzione, con delega ai Beni Culturali, che decide di accogliere il ricorso dei titolari.

1979 è la volta della Regione Campania, che annulla le licenze rilasciate dal Comune

1982 il Consiglio di Stato, facendo seguito ad un provvedimento del Tar della Campania, risalente al 1979, annulla i provvedimenti Regionali.

1986 stavolta è il comune di Vico Equense che sospende il lavori per interventi di consolidamento della roccia retrostante.

2003 il comune di Vico Equense ed il confinante comune di Meta si accordano in maniera singolare: il secondo si assume le competenze istituzionali di tutela e salvaguardia del territorio per la concessione di demolizione del mostro se l’acquisizione pubblica dell’area dovesse avere effetto. I proprietari, però, non hanno mai dato il placet, e l’acquisto non è stato mai perfezionato.

2007 Il Ministro Rutelli iscrive Alimuri nella lista degli ecomostri da abbattere con provvedimento d’urgenza.



L' ecomostro di Alimuri

Gli operai si sono presentati pochi giorni or sono di buon mattino e hanno iniziato a trafficare sul rudere. Erano lì per demolire finalmente l’ecomostro di Alimuri, l’albergo abusivo e incompiuto, che da 42 anni deturpa la costa sorrentina al confine tra Meta e Vico Equense? Nossignore. Erano lì per avviare i lavori di ‘protezione’: un’imbracatura di reti metalliche per impedire ai bagnanti di avventurarsi sui cinque piani di solai sgretolati, pericolosi trampolini di folli tuffi, e per salvare la struttura dal costone retrostante che si sta sfaldando. L’immagine del Regno di Sottosopra, dove gli abusi non si abbattono, ma si tutelano e si infiocchettano. Così magari escono meglio in fotografia.


Sarà impedito l’accesso ai tanti giovani che nel tentativo di tuffarsi rischiano la vita. l’ultimo incidente pochi giorni fa

Meta - L’invincibile ecomostro di Alimuri sarà presto circondato da barriere di protezione off-limit che impediranno l’accesso a tutti coloro che nel folle tentativo di tuffarsi dalle rovine di calcestruzzo hanno scritto negli ultimi venti anni una lunga storia fatta di tragedie, morti, feriti e sciagure. L’ultimo episodio risale al primo luglio scorso con un 17enne del posto, Luciano S. , che dopo avere scalato i piani pericolanti dell’albergo mai ultimato si è visto franare sotto i piedi uno dei solai, precipitando nel vuoto prima di schiantarsi sugli scogli. E’ ancora ricoverato all’ospedale Cardarelli di Napoli, le sue condizioni sono stazionarie ma rischia di trascorrere il resto della vita paralizzato su una sedia. Previsto per oggi proprio tra le rovine del famigerato ecomostro di Alimuri un vero e proprio summit tra capitaneria di porto di Castellammare di Stabia, Comuni e comandi municipali di Meta di Sorrento e Vico Equense, carabinieri della compagnia di Sorrento, responsabili degli uffici tecnici comunali e funzionari provenienti dalla Regione Campania. La Procura della Repubblica di Torre Annunziata, di fatto, non ne può più di vedere su scaffali e scrivanie dei magistrati decine di fascicoli tuttora aperti per individuare le responsabilità su crolli ed incidenti che coinvolgono giovani che ignari del pericolo vanno spesso incontro alla morte oltrepassando limiti e divieti ed ha cominciato a sollecitare senza sosta gli enti di competenza per trovare una soluzione ad una minaccia che imperversa da oltre 45 anni. Gli ostacoli che separano la vita dal rischio non sono poi tanto difficili da superare visto che dopo il sequestro giudiziario dell’area dove il 17enne è precipitato l’unica barriera è costituita da una rete di materasso legata con un fil di ferro, da giorni già divelto. Proprio domenica una improvvisa ispezione eseguita dagli uomini del commissariato di Sorrento coordinato dal vicequestore Antonio Galante, grazie anche all’impiego della prima pattuglia operante in mare con gli acquascooter, ha colto sul fatto decine di persone beatamente sdraiate in luoghi interdetti e pericolosi a prendere il sole. Senza contare una decina di temerari minorenni che arrampicatisi sul terribile “dente del diavolo”, l’enorme ammasso di roccia che fronteggia l’ecomostro di Alimuri, si divertivano a lanciarsi in acqua da una altezza di 15 metri. (Vincenzo Maresca il Gornale di Napoli)


 
Eccolo, il più longevo ecomostro della costa sorrentina e forse del Paese. Lo scheletro di cemento di quel che doveva essere un hotel da cento stanze, 2 mila metri quadrati e 18 mila metri cubi.

Un giorno dell’agosto 2009, gli operai si sono presentati, di buon mattino e hanno iniziato a trafficare sul rudere.

Erano lì per demolire finalmente l’ecomostro di Alimuri, l’albergo abusivo e incompiuto, che da 42 anni deturpa la costa sorrentina al confine tra Meta e Vico Equense?

Nossignore. Erano lì per avviare i lavori di ‘protezione’: un’imbracatura di reti metalliche per impedire ai bagnanti di avventurarsi sui cinque piani di solai sgretolati, pericolosi trampolini di folli tuffi, e per salvare la struttura dal costone retrostante che si sta sfaldando.

Domanda: che mercato ha un abuso edilizio che tutti vorrebbero per decenza vedere raso al suolo? Chi non è del ramo non saprebbe cosa rispondere.

E’ brutto, fatiscente e pericoloso. Perché si affaccia sul mare e così qualche incosciente si inerpica sulla struttura per azzardare un tuffo o ammirare il panorama, infrangendo l’ordinanza di divieto di transito per pericolo caduta massi e attraversando i buchi di una recinzione da pollaio.

Infatti ogni estate qualcuno si ferisce. Negli ultimi due anni tre ragazzi sono finiti in ospedale. L’ultimo all’inizio di quest’estate: ha ceduto il solaio di un balcone del secondo piano, il giovane è precipitato sugli scogli e ha rischiato di rimanere paralizzato. D’inverno le cose non vanno meglio: il luogo si popola di spacciatori e tossici.

L’invocata demolizione pareva avvicinarsi nell’estate del 2007, con la firma della convenzione promossa da Rutelli. Il costo dell’abbattimento, del ripristino del fronte mare e del costone alle spalle del manufatto, sarebbe stato così suddiviso: 600mila euro a carico del governo e della Regione, 500mila a carico dei privati che, in cambio, avrebbero ottenuto una nuova licenza, per costruire un altro hotel, di pari cubatura, a Vico Equense.

Ma le condizioni dell’accordo, inspiegabilmente, fecero gridare allo scandalo l’opposizione di allora e si innescò una lunga procedura fatta di lettere, denunce e controdenuce, con la conseguenza che lo scheletro di cemento armato che doveva essere demolito entro il 31 ottobre 2007 , sta ancora lì, su quel bel mare, mentre i fondi, già stanziati per la demolizione, sono stati destinati, dal ministro dell’economia, ad altro.

Un ministro, quello dell’economia, ironico e antipatico, che per la cultura e per l’ambiente non solo non ha riguardi, ma pare li abbia proprio in odio. Siccome nutre tante simpatie per i legaioli, forse gli basta la storia di Barbarossa, come cultura e l’orto di casa sua, come ambiente,


 
Scheletrone di Alimuri: un ecomostro da top five, inserito nella classifica degli abusi vista mare da abbattere con urgenza secondo Legambiente

Goletta Verde: "Si alla demolizione dell'Albergo di Alimuri, no alla costruzione di un gemello legale del mostro"

Abbattiamolo! È questo il grido che l'equipaggio di Goletta Verde di Legambiente ha lanciato dalle acque della Conca di Vico Equense antistanti l'Albergo di Alimuri.

In navigazione tra Castellabate e Vico Equense, gli attivisti del Cigno Verde hanno fatto una sosta ad Alimuri, per accendere ancora una volta i riflettori sullo scheletrone di cemento che deturpa da oltre quaranta anni la Conca di Vico Equense e sul rischio che l'ecomostro sia 'sostituito' da un nuovo e legale orrore di cemento. Così dalla fiancata di Goletta Verde hanno srotolato uno striscione giallo con su scritto a chiare lettere nere "Abbattiamolo!".

L'Albergo di Alimuri è uno schiaffo all'immagine e al paesaggio naturalistico della Penisola Sorrentina e dalla metà degli anni '60 tiene in ostaggio una delle conche più belle del golfo di Napoli con i suoi 18 mila metri cubi di cemento. Intorno a questo orrore si è consumato uno scandalo, se possibile, ancor maggiore dello scempio portato da decenni di cemento abusivo. Già nel 2007, infatti, l'ex Ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli ha inserito Alimuri nella lista degli ecomostri da abbattere "con corsia preferenziale". Un procedimento abbreviato che si è accompagnato a una trattativa con i titolari dello scheletro che campeggia sulla spiaggia di Alimuri.

Tre anni fa sembrava fosse stato trovato l'accordo per dare una svolta alla vicenda: in cambio della demolizione, in larga parte coperta da soldi pubblici, ai proprietari veniva concessa la possibilità di costruire altri 18 mila metri cubi di cemento su un'altra area sempre nel comune di Vico Equense. In più, su parte dei terreni occupati dallo scheletro avrebbero potuto realizzare uno stabilimento balneare. Per chi vive sulla costiera, un accordo troppo generoso verso i privati e troppo poco verso l'interesse collettivo per il ripristino dei luoghi violati. Così, dopo quasi dieci lustri, la situazione resta bloccata e non ci sono le premesse perché qualcosa cambi.

"Demolire è la parola d'ordine per vincere la guerra contro il cemento abusivo che devasta le nostre coste. Ma non è accettabile che in cambio di un abbattimento si sottoscriva un accordo che premia i proprietari dell'abuso stesso - ha commentato Michele Buonomo -. E invece, purtroppo, è proprio questo il caso di fronte al quale ci troviamo qui ad Alimuri. Secondo l'accordo paventato tra anni fa, infatti, i proprietari dello scheletrone verrebbero ricompensati con la licenza di realizzazione una struttura alberghiera nuova di zecca nella stessa zona. Ma questa compensazione rappresenta un pessimo precedente, che nella regione regina degli abusi vista mare non ci possiamo permettere. Non consentiremo la realizzazione di nuove colate di cemento sulla costa. Se proprio si deve prendere in considerazione la perequazione, si punti a riqualificare una delle tante costruzioni già esistenti e ad evitare altre concessioni sulla nostra costa. Chiediamo, inoltre, che si proceda anche agli abbattimenti degli altri ecomostri campani".

Sulla stessa lunghezza d'onda anche Gianluca della Campa, portavoce di Goletta Verde e Responsabile iniziative associative Legambiente: "L'Albergo di Alimuri è un caso così eclatante di abusivismo edilizio vista mare, da essere inserito nella top five nazionale degli ecomostri da abbattere con urgenza secondo il rapporto Mare Monstrum 2010 di Legambiente. Oltre a rappresentare uno scempio che offende la costa da oltre quattro decadi, infatti, lo scheletrone è un pericolo pubblico. Abbandonato sulla costa proprio in prossimità del mare, è pericolante e perde pezzi, ciononostante continua ad essere frequentato da ragazzi e bagnanti, che si arrampicano sul suo scheletro e usano la scogliera ai suoi piedi per prendere il sole e tuffarsi. Infine, per tornare alla compensazione, mi sembra che lo spostamento, anziché la cancellazione di 18 mila metri cubi di cemento, sia un'occasione persa per liberare dall'edificazione selvaggia una costa già sovraccarica di costruzioni, molte delle quali illegali. Ci opponiamo fermamente a questa decisione che condanna il territorio a rinunciare alla qualità".

Con l'arrivo della Goletta ha preso il via il tour estivo della raccolta differenziata "Riciclaestate 2010", organizzata da Legambiente con il contributo di CONAI, Consorzio Nazionale Imballaggi e Assessorato all'Ambiente Provincia di Salerno. Un vero e proprio tour della raccolta differenziata nelle località costiere del Cilento e della Costiera Amalfitana con un appendice anche in Costiera Sorrentina. La manifestazione di Legambiente e Conai prevede la distribuzione presso gli stabilimenti balneari di due contenitori uno per la carta e l'altro per il multimateriale per la raccolta differenziata di plastica, alluminio,acciaio e banda stagnata.




 Assalto agli Ecomostri

Assalto agli "ecomostri" di cemento. Anche quest'anno Goletta Verde darà vita a numerosi "demolition day": gli "ecotigrotti" di Legambiente a bordo del Pietro Micca, della Catholica e del Vento dell'Alba, andranno simbolicamente all'arrembaggio di ville, villaggi turistici e alberghi, quasi sempre abusivi, che sfigurano i nostri litorali; oppure sbarcheranno nelle zone in cui progetti insensati minacciano di distruggere patrimoni naturali unici al mondo.

Questa nuova campagna arriva in un momento cruciale, soprattutto per quanto riguarda la lotta all'abusivismo edilizio: dopo due anni di successi (dalla demolizione del Fuenti a quelle nell'Oasi del Simeto, a Catania; da Eboli a Pizzo Sella, la collina del disonore di Palermo, fino alla Valle dei Templi di Agrigento) le ruspe demolitrici segnano una battuta d'arresto. Non solo: la legge che consentirebbe di rendere più efficace e tempestivo l'intervento dello Stato giace, quasi dimenticata, in Parlamento. E in questo scenario, sentenze come quella sulla "saracinesca" di Punta Perotti rischiano di azzerare quanto di positivo è stato fatto finora contro il cemento illegale.

L'abusivismo, intanto, non si ferma: secondo le stime elaborate dal Cresme, negli ultimi dodici mesi sono state realizzate in Italia 33.571 nuove costruzioni abusive, che si vanno ad aggiungere alle oltre 243.000 realizzate dopo il 31 dicembre 1993 (ultima data utile prevista dal condono del '94). Questa immensa colata di cemento selvaggio, concentrata prevalentemente al Sud, ha coperto una superficie complessiva di 37 milioni di metri quadrati, per un valore immobiliare pari ad oltre 34.000 miliardi di lire. La mappa degli ecomostri, insomma, è purtroppo ricca di obiettivi. Qui di seguito presentiamo le storie di cinque dei venti ecomostri censiti da Legambiente nel 2000.


 

Vico Equense (Napoli)

Gli scheletri dell'ecomostro di Alimuri, uno schiaffo all'immagine e al paesaggio naturalistico della penisola sorrentina, dal 1971 presidia maestoso una delle conche più belle del golfo di Napoli. Nel 1964 viene rilasciata la licenza per costruire, sulla spiaggia della conca di Alimuri, un albergo di 100 vani Nel 1967 la licenza viene rinnovata per la costruzione di 50 vani più accessori per un altezza massima di 5 piani. Nel 1971 la Soprintendenza ordina la sospensione dei lavori ma il ministero della Pubblica Istruzione accoglie il ricorso proposto dal titolare della licenza. Nel 1976 la Regione Campania annulla le licenze rilasciate dal Comune perché in contrasto con il Programma di Fabbricazione, ma il Tar Campania nel 1979 ed il Consiglio di Stato nel 1982 annullano gli atti adottati dalla Regione. Nel 1986 i lavori sono sospesi dal Comune di Vico Equense perché si rendono necessari lavori di consolidamento del costone roccioso retrostante. Da allora, lo scheletro dell'albergo diventa un punto di ritrovo per la piccola delinquenza locale e per lo spaccio di stupefacenti, mentre tra i pilastri di cemento armato sorge spontanea una vera e propria discarica. Completare l'ecomostro di Alimuri avrebbe un duplice "effetto": dare corso all'ennesimo assalto al patrimonio ambientale della penisola sorrentina e rendersi responsabili di un'opera a rischio, costruita alla pendici di un costone roccioso fragile, inserito nella zona rossa, quella a maggior rischio, dell'ultimo piano di intervento per il dissesto idrogeologico realizzato dall'Autorità di Bacino del Sarno. Basti pensare che i solai del complesso Alimuri risultano attualmente sfondati da numerosi "fori" del diametro anche superiore al metro provocati da ripetuti crolli di blocchi lapidei staccatisi dal costone. L'amministrazione comunale di Vico Equense ha fatto rientrare l'area tra quelle di maggior pericolosità, censite nel nuovo Piano di Protezione Civile Comunale. Il passaggio successivo è quello di predisporre tutte le procedure amministrative per arrivare all'abbattimento.



La fine di un ecomostro dopo oltre 40 anni di attesa

La campagna per la salvaguardia del paesaggio messa in campo dal ministro Rutelli, dopo l’avvio dei lavori per l’abbattimento nell’insediamento di Gravisca a Tarquinia (Viterbo), segna un’altra tappa decisiva: la firma dell’accordo che in tre mesi spazzerà via 18 mila metri cubi di cemento che deturpano una delle spiagge più belle della penisola sorrentina.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli, ieri, giovedì 19 luglio, ha infatti sottoscritto il protocollo d’intesa per l’abbattimento definitivo dello scheletro in cemento armato del fabbricato conosciuto come “Albergo Conca di Alimuri”, sulla costa di Vico Equense. L’accordo è stato siglato con La Regione Campania, la Provincia di Napoli. il Comune di Vico Equense e la partecipazione della Soc. SA.AN di Napoli, proprietaria del fabbricato.

Lo scheletro dell'ecomostro di Alimuri dal 1964 ferisce una delle baie più belle del golfo di Napoli, nel pieno della penisola sorrentina. Si trova sulla costa di Vico Equense, in provincia del capoluogo campano, tra Sorrento e Castellammare di Stabia. Nelle intenzioni di chi lo costruì aveva la pretesa di essere un grande albergo quasi sul pelo dell’acqua.


La storia di un abuso pluridecennale

Nel 1964 viene rilasciata la licenza per costruire, sulla spiaggia della conca di Alimuri, un albergo di 5 piani. Nel 1967 la licenza viene rinnovata. Nel 1971 la Soprintendenza ordina la sospensione dei lavori e l’amministrazione comunale determina la demolizione della costruzione. Nel 1976 la Regione Campania annulla le licenze rilasciate dal Comune perché in contrasto con il Programma di fabbricazione, ma il Tar Campania nel 1979 e il Consiglio di Stato nel 1982 annullano gli atti adottati dalla Regione. Nel 1986 i lavori sono sospesi dal Comune di Vico Equense perché si rende necessario il consolidamento del costone roccioso retrostante. L’edificio versa in condizioni precarie e degradate e diviene una vera e propria discarica improvvisata. Col tempo aumenta la pericolosità, determinata dalla caduta dei massi dal costone e dalla corrosione del mare. Si avvia un lento crollo del solaio e la staticità della costruzione risulta sempre più compromessa. Nel 1985 la Capitaneria di Porto di Castellammare di Stabia vieta il transito e la sosta di persone e imbarcazioni negli specchi d’acqua antistanti, entro una fascia di 150 metri dal piede del costone. Nel 1987 viene approvato il Piano Paesistico della penisola sorrentina e il discendente PUT (Piano utilizzazione territoriale) che individua l’area di Alimuri come zona di tutela ambientale di primo grado, con divieto assoluto di edificare e trasformare il suolo. Sull’area vige anche un vincolo idrogeologico e l’Autorità di Bacino del Sarno inserisce il costone roccioso retrostante alla struttura tra le zone ad alto rischio. A partire dal 2003 iniziano a succedersi incontri presso la Regione Campania ai quali prendono parte tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nella vicenda per avviare un’azione complessiva volta alla riqualificazione dell’area per conseguire i seguenti risultati: consolidamento del costone, delocalizzazione della struttura, demolizione del manufatto, riqualificazione dell’area.



Con la primavera del 2007 arriva la svolta con l’intervento del ministro Rutelli.


La controffensiva del ministro Rutelli

Il 4 aprile scorso il vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli, in conferenza stampa ha annunciato una campagna per il paesaggio contro gli ecomostri disseminati per l’Italia, stabilendo i primi interventi prioritari. Tra questi, lo scheletro di Alimuri, che con la firma di oggi segue il primo degli interventi annunciati: l’abbattimento dell’insediamento di Gravisca a Tarquinia, in provincia di Viterbo, i cui lavori di intervento sono stati avviati lo scorso 6 luglio.


Dimensioni dell’ecomostro

L’albergo ha uno scheletro in cemento armato per un volume di 18mila metri cubi. L’area utilizzata è di 2mila mq. L’altezza è di 16 metri per un numero totale di 5 piani, compreso il piano terreno. La messa in sicurezza del costone che si trova alle spalle della struttura prevede l’intervento su una superficie lunga 170 metri e alta 90.

Costi dell’abbattimento

Il costo complessivo dell’intervento è stimato in 1.100.000 euro, dei quali 500mila a carico della società proprietaria, 300mila ciascuno da parte del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Campania







- Villaggio Coppola Pinetamare









Cosa si dovrebbe fare?



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Per approfondire leggere gli articoli nell'ultima parte della pagina Web
 pubblicati su:

http://michiamoste.blogspot.com/2010/01/castel-volturno-villaggio-coppola.html







- Reggia Fattoria Borbonica, Carditello



 Carditello (CE) abusivismo






30-12-11 Abbattetela. E' la fine per la Reggia di Carditello: La Regione Campania ha abbandonato il Real Sito borbonico di San Tammaro. Il governatore Stefano Caldoro ha conosciuto il nome di questo Comune solo per le liberare le strade di De Magistris dalla spazzatura. E' la fine Carditello



La fattoria borbonica di Carditello, comune di San Tammaro (CE)

Sembra essere giunta ad un tragico epilogo la lunga e tormentata vicenda dell’antica tenuta di Carditello e dello splendido complesso architettonico realizzato dall’architetto Francesco Collecini alla fine del Settecento, una delle “reali delizie” dei sovrani borbonici in provincia di Caserta, attualmente patrimonio del Consorzio Generale di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno.

L’Ufficio esecuzioni immobiliari del tribunale di S. Maria Capua Vetere, come si apprende dai giornali, ha nominato il Custode Giudiziario per il real sito, fissando il prezzo d’asta, 25 milioni di euro, per procedere alla vendita entro il mese di gennaio e soddisfare l’ente creditore, la Sga, società di recupero crediti del Banco di Napoli.

La preoccupazione maggiore non è solo che il manufatto possa essere acquistato da e quindi sottratto al “pubblico godimento” ma che per facilitare il recupero dei crediti si possa anche pensare al frazionamento della proprietà stessa.-

Per questi motivi intendiamo sollecitare ancora una volta le Istituzioni (Stato, Regione, Provincia, Comune). affinchè acquisiscano alla proprietà pubblica il complesso monumentale di Carditello e provvedano al suo restauro, sottraendolo al drammatico stato di degrado in cui attualmente versa, garantendone la fruibilità con l’inserimento di funzioni compatibili con la sua destinazione originaria come già è avvenuto in altre regioni d’Italia. (vedi l’esperienza del Piemonte e delle residenze Sabaude).




LA STORIA


La Reale Tenuta di Carditello, vasto territorio pianeggiante, compreso in gran parte nel Comune di S. Tammaro, a metà strada tra Napoli e Caserta, comprendeva una superficie di oltre 6.000 moggi (circa 2.070 ettari) di territorio boschivo, seminativo o a pascolo in funzione della attività prevalente del sito che era l’allevamento.

Quasi al centro della vasta area, all’incrocio dei quattro stradoni principali, nel marzo 1787 l’architetto Francesco Collecini (1724-1804), già allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli comincia i lavori di costruzione del fabbricato. Felice combinazione di diverse destinazioni d’uso: comprende, al centro, i locali destinati ai sovrani e, lateralmente, i corpi di fabbrica destinati alle attività gricole e agli allevamenti, gli alloggi del personale. L’area antistante, formata da una pista in terra battuta che richiama la forma dei circhi romani, abbellita con fontane, obelischi ed un tempietto circolare dalle forme classicheggianti, era destinata a pista per i cavalli.

Il corpo centrale è costituito dalla residenza reale a due piani sormontata da un’altana, a cui 8 torri a pianta quadrata e ottagonale si collegano tramite capannoni che si sviluppano simmetricamente sui due lati della palazzina con una disposizione a T.

Il fabbricato ha una lunghezza complessiva di 300 m. ed una larghezza di circa 175, preceduto dal vasto piazzale ellittico. Il complesso insiste su un’area di circa 80.000 mq oltre un’area libera circostante chiusa da mura di cinta e da mura perimetrali di corpi di fabbrica con uno sviluppo lineare di circa 1100 metri.

Il sito fu particolarmente caro a Ferdinando IV (1751-1825) che qui poteva soddisfare la sua passione per la caccia ed il piacere di partecipare alla vita agreste senza tuttavia indulgere in una visione arcadica della realtà

Nel 1920 gli immobili e i mobili passarono dal demanio pubblico all’Opera nazionale dei Combattenti e i 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del Consorzio Generale di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno.

Attualmente, la Reggia di Carditello come ancora la chiamano le popolazioni locali, si trova in un’area circondata da discariche legali e illegali, in un drammatico stato di degrado e di abbandono, oggetto di atti vandalici e furti che hanno riguardato anche la parte centrale del complesso restaurata alcuni anni fa dal MiBac con i fondi del lotto, e priva di qualsiasi forma di custodia.

L’ente proprietario, mancando di risorse per la tutela e la valorizzazione del Bene, ha ritenuto opportuno metterlo in vendita.



Abbattetela. E' la fine per la Reggia di Carditello

La Regione Campania ha abbandonato il Real Sito borbonico di San Tammaro. Il governatore Stefano Caldoro ha conosciuto il nome di questo Comune solo per le liberare le strade di De Magistris dalla spazzatura. E' la fine Carditello



SAN TAMMARO - (di Nando Cimino) ABBATTETELA. Abbattete la Reggia di Carditello. Fatela sparire dalla memoria della gente di Terra di Lavoro. Fatela sparire, insieme a quella parte sana della Storia, che ha reso grande il popolo del Sud. Rendetela un cumulo di macerie sotto le quali seppellire l’incompetenza, l’incoscienza e la codardia di chi ha permesso tutto ciò. Adibite, il cortile reale, a parcheggio per i nauseabondi camion della spazzatura provenienti da Napoli, da Salerno e da tutta la provincia di Caserta. Il Real sito di Carditello va cancellato, al pari di come andrebbe cancellata una delle pagine più squallide della frustrata storia della provincia di Caserta. Una pagina lunga decenni che ha visto questo territorio, vittima dello più sfrenato e scellerato napolicentrismo, grazie anche all’indifferenza compiacente di coloro che, eletti nei collegi casertani, avrebbero dovuto almeno tentare di difendere questa terra dall’assalto dei CDR, delle discariche e dei siti di stoccaggio. Una provincia subordinata, in tutto e per tutto, agli umori del “Kapo” di turno, posto al governo di quello che appare sempre più come un lager. Un campo di concentramento, dove le giuste aspettative della gente perbene di questa provincia, sono sempre più disattese. Caldoro, che si è ricordato di San Tammaro solo quando ha dovuto liberare le strade di De Magistris, dall’immondizia partenopea, respinge l’emendamento al bilancio proposto dai consiglieri regionali casertani, per stornare i fondi da veicolare verso l’acquisto della fattoria borbonica, così come proposto da anni dalla Sga. Ovviamente nessun casertano, minimamente attento alle cose della politica, così come nel nostro Paese è concepita, ha creduto per un solo istante, che la cosa potesse approdare ad un sicuro riparo. I più smaliziati, pensano persino che altro non sia stato che un modesto tentativo, quello abbozzato dalla squadra casertana, di fare una lavata di faccia ai propri elettori, dai quali sono stati compulsati a prendere posizione sulla vicenda. Un errore madornale, quello di ricondurre tutto ad una vicenda da campanile. Il Real Sito di Carditello infatti, pur essendo la proiezione della illuminata visione che Ferdinando IV di Borbone aveva di questa parte della Campania, è un bene che appartiene a tutta la Regione e a tutto il Paese e che, pertanto, meritava la difesa di tutto il governo regionale e non solo di una parte minoritaria di esso. Inutile oggi, ripercorrere le responsabilità oggettive e soggettive; questo è lo stato dell’arte. La parola fine, è stata vergata da una classe politica che ha concepito la Reggia di Carditello come un problema da allontanare da sé e non certo come una risorsa e come un’opportunità, capace di generare lavoro e quindi economia. La parola alla prossima asta fallimentare. Sì, perché di fallimento si tratta.



Deserta anche la seconda asta per Carditello

Non sono arrivate offerte, si ripartirà da 15 milioni
Non sono arrivate offerte, si ripartirà da 15 milioni





















Salviamo Carditello:






Wikipedia

(Reggia di Carditello)




Coordinate: 41°03′42″N 14°11′24″E41.061600°N 14.190000°E (Mappa) La Reale tenuta di Carditello, sita in San Tammaro, provincia di Caserta, detta anche Real sito di Carditello oppure, con riferimento alla palazzina ivi presente, Reggia di Carditello, faceva parte di un gruppo di 22 siti della dinastia reale dei Borbone di Napoli posti nella Terra di Lavoro: Palazzo Reale di Napoli, Reggia di Capodimonte, Tenuta degli Astroni, Villa d'Elboeuf, Reggia di Portici, Villa Favorita, Palazzo d'Avalos nell'isola di Procida, lago di Agnano, Licola, Capriati a Volturno, Cardito, Reale tenuta di Carditello, Reale tenuta di Persano, Fasano di Maddaloni, Selva di Caiazzo, Sant'Arcangelo, Reggia di Caserta, San Leucio, Casino del Fusaro, Casino di Quisisana, Mondragone e Demanio di Calvi.

Questi siti non erano solo semplici luoghi per lo svago (soprattutto per la caccia) della famiglia reale borbonica e della sua corte, poiché, è importante sottolineare, che in alcuni casi costituivano vere e proprie aziende, espressione di imprenditoria ispirata dalle idee illuministiche in voga in quei tempi. Si citano per esempio gli allevamenti della Fagianeria di Caiazzo, la produzione della seta a San Leucio, la pesca al Fusaro, gli allevamenti della Tenuta di Persano e del Demanio di Calvi.


Storia
In particolare la Reale tenuta di Carditello era una vasta porzione, in parte acquitrinosa, della pianura delimitata a settentrione dal fiume Volturno, ad oriente dal monte Tifata e dai suoi colli, a meridione dall'antico fiume Clanio, oggi Regi Lagni, e ad occidente dal mar Tirreno. Essa ospitava una dinamica azienda agricola, ben progettata nelle infrastrutture edili e ben organizzata negli allevamenti di pregiate razze equine, nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e caseari.

La Reggia di Carditello, situata a circa 4 km ad ovest dell'abitato di San Tammaro, a metà strada tra Napoli e Caserta, in via Foresta a Carditello, è un complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato da Carlo di Borbone (1716-1788) a luogo per la caccia e l'allevamento di cavalli e poi trasformato per volontà di Ferdinando IV di Borbone (1751-1752) in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l'allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Era immerso in una vasta tenuta ricca di boschi, pascoli e terreni seminatori, e si estendeva su di una superficie di 6 305 moggia capuane, corrispondenti a circa 2 100 ettari. Era animato da un discreto numero di persone dedite alla conduzione dell'azienda. Carditello era uno dei siti reali che si fregiava del titolo di "Reale Delizia" perché, nonostante la sua funzione di azienda, offriva una piacevole permanenza al re e alla sua corte per le particolari battute di caccia che i numerosi boschi ricchi di selvaggina permettevano.

Il fabbricato è stato costruito dall'architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli. L'area antistante, formata da una pista in terra battuta che richiama la forma dei circhi romani, abbellita con fontane, obelischi ed un tempietto circolare dalle forme classicheggianti, era destinata a pista per cavalli.

Situazione attuale
Nel 1920 gli immobili e l'arredamento passarono dal demanio all'Opera Nazionale Combattenti e i 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, disposti a ventaglio sui lati ovest, nord ed est del medesimo complesso, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno.

Nel 1943 fu occupata dalle truppe tedesche di occupazione che vi stabilirono il proprio comando. I vandalismi dei soldati contribuirono a incrementare lo stato di degrado.

Da molti anni la tenuta è in uno stato di abbandono, che l'ha reso sconosciuto ai più e relegata in una posizione inferiore rispetto ad altre località e siti di interesse artistico. Nonostante il grave stato di decadenza e la scomparsa dei boschi che ne facevano da cornice, sono ancora intuibili la ricchezza e bellezza artistica e architettonica della Reggia e la stupenda veduta d’insieme del sito, elementi che hanno fatto nascere l'antico appellativo di "Reale Delizia". Tuttavia è anche evidente l'urgenza d'arrestare la razzia di decori, sculture, arredi architettonici, ormai in atto da troppi anni.

Con Ordinanza del 27 Gennaio 2011 Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Ufficio Esecuzioni Immobiliari. Dispone le vendita all'asta del complesso monumentale denominato Real Sito di Carditello al prezzo base di € 20.000.000,00

Note
Carduetum, cardueti = cardito, carditello, ovvero luogo piantato a cardi: nei tempi passati il territorio in oggetto assunse il nome di Carditello perché si presentava disseminato della pianta di cardo, tanto da formare una barriera per chi voleva inoltrarsi a piedi o a cavallo.


Degrado ed incuria chiudono il cerchio

La Reale tenuta di Carditello coincide oggi con la «regione» dei Regi Lagni. Si presenta come un complesso architettonico in stile neoclassico destinato da Carlo di Borbone a luogo per la caccia e l’allevamento di cavalli e trasformato, per volontà di Ferdinando IV, in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l’allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. La tenuta di Carditello, che oggi ospita il Museo della Civiltà Contadina, costituisce un singolare esempio di architettura barocca ideata e creata da Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, tanto da fregiarsi del titolo di Reale Delizia. A Carditello i Borbone andavano a caccia e a cavallo, vi allevavano le bufale e producevano la mozzarella. Al piano terra vi erano le stalle e il caseificio, mentre al primo piano l’appartamento nobile, uniti da scale che simboleggiavano l’assenza di barriere tra la nobiltà e i contadini. Dopo l’Unità d’Italia la Tenuta passò alla casa reale dei Savoia e nel 1919 fu donata all’Opera Nazionale Combattenti che procedette alla lottizzazione nonché alla vendita dei terreni. Questo, purtroppo, fu l’inizio di troppi anni di incuria, di vandalismi e di scandaloso abbandono con conseguente spoliazione di arredi e suppellettili. Da tale lottizzazione furono esclusi i fabbricati e i 15 ettari di terreno circostanti che, nel secondo dopoguerra, sono stati affidati al Consorzio Generale di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno che ha accumulato un debito di 50 miliardi di vecchie lire nei confronti del Banco di Napoli che ben vent’anni fa erogò come prestito per finanziamenti agrari di cui si è persa traccia della destinazione finale.


Si è così giunti ai giorni nostri che vedono la messa in vendita all’asta del Real Sito per 25 milioni di euro non avendo il Consorzio mai restituito il credito trasferito dall’ex Banco di Napoli, ora Banca Intesa, alla Sga, società di recupero crediti, la quale, per ottenerne la riscossione, ha avviato una procedura di esecuzione immobiliare forzata con la conseguenza della messa all’asta del credito stesso che permetterà a chi lo rileverà di diventare di fatto proprietario del complesso.

Nei giorni scorsi non è passato l’emendamento alla Legge Finanziaria regionale 2012 che chiedeva alla Regione di acquistare la Reggia «mediante lo stanziamento di 3 milioni di euro per il 2012, altrettanti per il 2013 e 3 milioni per il 2014» nonostante l’accordo raggiunto con la Sga ammontasse a 9 milioni di euro, cifra nettamente inferiore rispetto a quella per la quale sarà posta all’asta dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a marzo.


Corre d’uopo evidenziare il tentativo, da parte della Sopraintendenza dei Beni Culturali, per evitare che la Reggia di Carditello finisse merce di vendita in un’aula di tribunale. La Soprintendenza, infatti, ha presentato ricorso, innanzi il giudice responsabile dell’esecuzione, muovendo eccezione inerentemente alla liceità del procedimento ritenuto illegale perché privo del parere della Soprintendenza stessa. Tale richiesta è stata, però, ricusata così il ricorso è stato riproposto davanti l’Avvocatura dello Stato che, invece, lo ha considerato ammissibile. Non di meno l’ordinanza di vendita del bene non è stata annullata né congelata in quanto la richiesta sospensione della procedura è stata rigettata dal giudice dell’esecuzione che ha fissato l’udienza di comparizione delle parti per il 21 febbraio. Di conseguenza, l’asta fissata per il giorno 15 marzo avrà regolarmente corso.


Fumo negli occhi ed ennesimo bluff anche la promozione da parte della Regione della costituzione della Fondazione Carditello con lo scopo di acquisire, promuovere e gestire qualcosa che andrà a finire in mani estranee.

Sarà, comunque, necessario attendere per conoscere il futuro del Real Sito poiché la procedura è complessa: vi saranno due udienze di vendita, rispettivamente senza e con incanto ovvero a buste chiuse depositate in cancelleria oppure versando il giorno precedente il 10% del prezzo base d’asta come cauzione mentre l’aggiudicazione dovrà essere formalizzata entro 60 giorni, periodo nel quale potrebbe intervenire anche una nuova richiesta di acquisto a condizione che vi sia un aumento pari ad un sesto dell’importo di aggiudicazione comportando, in tale caso, una nuova asta.

Trattandosi di una cifra considerevole, esiste la reale possibilità che entrambe le udienze vadano deserte per fare in modo che il prezzo d’asta possa procedere al ribasso, ma, al contempo, bisogna ben tenere presente che nella fattispecie stiamo parlando di un bene storico per il quale potrebbero avere interesse anche enti ed istituzioni. Ciò che è certo è che quella che fu una fattoria modello dei Borboni, la “Reale Tenuta di Carditello” sita in San Tammaro in Terra di Lavoro, popolarmente detta “Reggia di Carditello”, subisce da troppi anni degrado, incuria nonché non pochi furti di affreschi e marmi, favoriti dall’assenza di vigilanza dovuta ai soliti problemi economici. Per ragioni di sicurezza è stata dichiarata inaccessibile, niente aperture straordinarie, visite guidate e sopralluoghi giornalistici.


Un patrimonio del genere non può e non deve continuare a subire il vergognoso decadimento che all’attualità è protagonista.

A breve il parto… ne vedremo delle belle?!




INOLTRE:


Qui di seguito vengono inseriti alcuni link riguardanti  gli
Articoli della Costituzione e del Codice dei Beni Culturali


Disponibile selezione di Articoli della Costituzione e del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio pertinenti ai contenuti della II Prova. 
Courtesy http://www.anisa.it/



Di seguito una sintesi degli articoli della Costituzione e del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che forniranno alcune principi generali e permetteranno di focalizzare il caso che sarà oggetto della II Prova sia che si tratti di degrado di beni culturali che di abusivismo e speculazione nell'ambito di beni paesaggistici. Il che significa che gli articoli saranno messi in relazione con il caso concreto che sarà selezionato tra i tre proposti per ogni regione partecipante e non sarà richiesta una conoscenza degli articoli al di fuori del contesto proposto.

In grassetto sono sottolineati i commi o i passaggi più pertinenti ai temi oggetto della II prova.



Costituzione della Repubblica italiana

PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.







PARTE SECONDA - ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA



TITOLO V LE REGIONI, LE PROVINCE, I COMUNI

Art. 117.

La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:



a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l'Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea;

b) immigrazione;

c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;

d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;

e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;

f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;

g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;

h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;

i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;

l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;

m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;

n) norme generali sull'istruzione;

o) previdenza sociale;

p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;

q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;

r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell'amministrazione statale, regionale e locale; opere dell'ingegno;

s) tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.



Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.



Art. 118

Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.

La legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo comma dell'articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali.

Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.



Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio



Parte prima - Disposizioni generali



Art. 1

Principi

1. In attuazione dell'articolo 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio

culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all'articolo 117 della Costituzione e secondo le

disposizioni del presente codice.

2. La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura.

3. Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e la valorizzazione.

4. Gli altri soggetti pubblici, nello svolgimento della loro attività, assicurano la conservazione e la

pubblica fruizione del loro patrimonio culturale.

5. I privati proprietari, possessori o detentori di beni appartenenti al patrimonio culturale, ivi

compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, sono tenuti a garantirne la conservazione

6. Le attività concernenti la conservazione, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio culturale indicate ai commi 3, 4 e 5 sono svolte in conformità alla normativa di tutela.



Art. 2

Patrimonio culturale

1. Il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici.

2. Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano

interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre

cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.

3. Sono beni paesaggistici gli immobili e le aree indicati all'articolo 134, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge.

4. I beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della

collettività, compatibilmente con le esigenze di uso istituzionale e sempre che non vi ostino ragioni

di tutela.

Art. 3

Tutela del patrimonio culturale

1. La tutela consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un'adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.

2. L'esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e

regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale.

Art. 4

Funzioni dello Stato in materia di tutela del patrimonio culturale

1. Al fine di garantire l'esercizio unitario delle funzioni di tutela, ai sensi dell'articolo 118 della

Costituzione, le funzioni stesse sono attribuite al Ministero per i beni e le attività culturali, di

seguito denominato «Ministero», che le esercita direttamente o ne può conferire l'esercizio alle

regioni, tramite forme di intesa e coordinamenti ai sensi dell'articolo 5, commi 3 e 4. Sono fatte

salve le funzioni già conferite alle regioni ai sensi dei commi 2 e 6 del medesimo articolo 5.

2. Il Ministero esercita le funzioni di tutela sui beni culturali di appartenenza statale anche se in

consegna o in uso ad amministrazioni o soggetti diversi dal Ministero.

Art. 5

Cooperazione delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali in materia di tutela del patrimonio

culturale

1. Le regioni, nonché i comuni, le città metropolitane e le province, di seguito denominati «altri enti pubblici territoriali», cooperano con il Ministero nell'esercizio delle funzioni di tutela in conformità a quanto disposto dal Titolo I della Parte seconda del presente codice.

2. Le funzioni di tutela previste dal presente codice che abbiano ad oggetto manoscritti, autografi,

carteggi, incunaboli, raccolte librarie, nonchè libri, stampe e incisioni, non appartenenti allo Stato,

sono esercitate dalle regioni. Qualora l'interesse culturale delle predette cose sia stato riconosciuto

con provvedimento ministeriale, l'esercizio delle potestà previste dall'articolo 128 compete al

Ministero (1).

3. Sulla base di specifici accordi od intese e previo parere della Conferenza permanente per i

rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, di seguito denominata

“Conferenza Stato-regioni”, le regioni possono esercitare le funzioni di tutela su carte geografiche,

spartiti musicali, fotografie, pellicole o altro materiale audiovisivo, con relativi negativi e matrici,

non appartenenti allo Stato (2).

4. Nelle forme previste dal comma 3 e sulla base dei princìpi di differenziazione ed adeguatezza,

possono essere individuate ulteriori forme di coordinamento in materia di tutela con le regioni che

ne facciano richiesta.

5. Gli accordi o le intese possono prevedere particolari forme di cooperazione con gli altri enti

pubblici territoriali.

6. Le funzioni amministrative di tutela dei beni paesaggistici sono esercitate dallo Stato e dalle

regioni secondo le disposizioni di cui alla Parte terza del presente codice, in modo che sia sempre

assicurato un livello di governo unitario ed adeguato alle diverse finalità perseguite (3).

7. Relativamente alle funzioni esercitate dalle regioni ai sensi dei commi 2, 3, 4, 5 e 6, il Ministero

esercita le potestà di indirizzo e di vigilanza e il potere sostitutivo in caso di perdurante inerzia o

inadempienza





Parte seconda – Beni culturali

Titolo I – Tutela

Capo I - Oggetto della tutela



Art. 10

Beni culturali

1. Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti

pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private

senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano

interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico

2. Sono inoltre beni culturali:

a) le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e altri luoghi espositivi dello Stato, delle regioni, degli

altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico;

b) gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali,

nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico;

c) le raccolte librarie delle biblioteche dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali,

nonché di ogni altro ente e istituto pubblico, ad eccezione delle raccolte che assolvono alle funzioni

delle biblioteche indicate all'articolo 47, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 24

luglio 1977, n. 616

3. Sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall'articolo 13:

a) le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o

etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al

comma 1;

b) gli archivi e i singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono interesse storico

particolarmente importante;

c) le raccolte librarie, appartenenti a privati, di eccezionale interesse culturale;

d) le cose immobili e mobili, a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente

importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell'arte,

della scienza, della tecnica, dell'industria e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze

dell'identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose (3);

e) le collezioni o serie di oggetti, a chiunque appartenenti, che non siano ricompense fra quelle

indicate al comma 2 e che, per tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali, ovvero per

rilevanza artistica, storica, archeologica, numismatica o etnoantropologica rivestano come

complesso un eccezionale interesse (2).

4. Sono comprese tra le cose indicate al comma 1 e al comma 3, lettera a):

a) le cose che interessano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà;

b) le cose di interesse numismatico che, in rapporto all'epoca, alle tecniche e ai materiali di

produzione, nonché al contesto di riferimento, abbiano carattere di rarità o di pregio (2);

c) i manoscritti, gli autografi, i carteggi, gli incunaboli, nonché i libri, le stampe e le incisioni, con

relative matrici, aventi carattere di rarità e di pregio;

d) le carte geografiche e gli spartiti musicali aventi carattere di rarità e di pregio;

e) le fotografie, con relativi negativi e matrici, le pellicole cinematografiche ed i supporti

audiovisivi in genere, aventi carattere di rarità e di pregio;

f) le ville, i parchi e i giardini che abbiano interesse artistico o storico;

g) le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico;

h) i siti minerari di interesse storico od etnoantropologico;

i) le navi e i galleggianti aventi interesse artistico, storico od etnoantropologico;

l) le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze

dell'economia rurale tradizionale (4).

5. Salvo quanto disposto dagli articoli 64 e 178, non sono soggette alla disciplina del presente

Titolo le cose indicate al comma 1 e al comma 3, lettere a) ed e), che siano opera di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni.



Capo III – Protezione e conservazione

Sez. I – Misure di protezione

Art. 20

Interventi vietati

1. I beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non

compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro

conservazione (1).

Sezione II

Misure di conservazione

Articolo 29

Conservazione

1. La conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e

programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro.

2. Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio

connesse al bene culturale nel suo contesto.

3. Per manutenzione si intende il complesso delle attività e degli interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell'integrità, dell'efficienza funzionale e dell'identità del bene e delle sue parti.

4. Per restauro si intende l'intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni

finalizzate all'integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla

trasmissione dei suoi valori culturali. Nel caso di beni immobili situati nelle zone dichiarate a

rischio sismico in base alla normativa vigente, il restauro comprende l'intervento di miglioramento

strutturale.

5. Il Ministero definisce, anche con il concorso delle regioni e con la collaborazione delle università

e degli istituti di ricerca competenti, linee di indirizzo, norme tecniche, criteri e modelli di

intervento in materia di conservazione dei beni culturali

....................................................................................................................................................................

Sez. I – Misure di conservazione

Art. 30

Obblighi conservativi

1. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente ed istituto pubblico hanno l'obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza.

2. I soggetti indicati al comma 1 e le persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli

enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, fissano i beni culturali di loro appartenenza, ad eccezione

degli archivi correnti, nel luogo di loro destinazione nel modo indicato dal soprintendente

3. I privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali sono tenuti a garantirne la

conservazione.



Sez. III – Altre forme di protezione

Art. 49

Manifesti e cartelli pubblicitari

1. È vietato collocare o affiggere cartelli o altri mezzi di pubblicità sugli edifici e nelle aree tutelati come beni culturali. Il collocamento o l'affissione possono essere autorizzati dal soprintendente qualora non danneggino l'aspetto, il decoro o la pubblica fruizione di detti immobili.

L'autorizzazione è trasmessa, a cura degli interessati, agli altri enti competenti all'eventuale

emanazione degli ulteriori atti abilitativi.

2. Lungo le strade site nell' ambito o in prossimità dei beni indicati al comma 1, è vietato collocare

cartelli o altri mezzi di pubblicità, salvo autorizzazione rilasciata ai sensi della normativa in materia

di circolazione stradale e di pubblicità sulle strade e sui veicoli, previo parere favorevole della

soprintendenza sulla compatibilità della collocazione o della tipologia del mezzo di pubblicità con

l'aspetto, il decoro e la pubblica fruizione dei beni tutelati.

3. In relazione ai beni indicati al comma 1 il soprintendente, valutatane la compatibilità con il loro

carattere artistico o storico, rilascia o nega il nulla osta o l'assenso per l'utilizzo a fini pubblicitari

delle coperture dei ponteggi predisposti per l'esecuzione degli interventi di conservazione, per un

periodo non superiore alla durata dei lavori. A tal fine alla richiesta di nulla osta o di assenso deve

essere allegato il contratto di appalto dei lavori medesimi.



Art. 50

Distacco di beni culturali

1. È vietato, senza l'autorizzazione del soprintendente, disporre ed eseguire il distacco di affreschi,

stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli ed altri elementi decorativi di edifici, esposti o non

alla pubblica vista

2. È vietato, senza l'autorizzazione del soprintendente, disporre ed eseguire il distacco di stemmi,

graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli nonché la rimozione di cippi e monumenti, costituenti vestigia

della Prima guerra mondiale ai sensi della normativa in materia.



Fruizione dei beni culturali

Sezione I

Princìpi generali

Articolo 101

Istituti e luoghi della cultura

1. Ai fini del presente codice sono istituti e luoghi della cultura i musei, le biblioteche e gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali.

2. Si intende per:

a) “museo”, una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio (1);

b) “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie, cataloga e conserva un insieme organizzato

di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura

la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio (1);

c) “archivio”, una struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti originali di

interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca.

d) “area archeologica”, un sito caratterizzato dalla presenza di resti di natura fossile o di manufatti o strutture preistorici o di età antica;

e) “parco archeologico”, un àmbito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all'aperto;

f) “complesso monumentale”, un insieme formato da una pluralità di fabbricati edificati anche in epoche diverse, che con il tempo hanno acquisito, come insieme, una autonoma rilevanza artistica, storica o etnoantropologica.

3. Gli istituti ed i luoghi di cui al comma 1 che appartengono a soggetti pubblici sono destinati alla

pubblica fruizione ed espletano un servizio pubblico.

4. Le strutture espositive e di consultazione nonché i luoghi di cui al comma 1 che appartengono a

soggetti privati e sono aperti al pubblico espletano un servizio privato di utilità sociale.



Articolo 102

Fruizione degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica

1. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali ed ogni altro ente ed istituto pubblico,

assicurano la fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi indicati all'articolo 101, nel

rispetto dei princìpi fondamentali fissati dal presente codice.

2. Nel rispetto dei princìpi richiamati al comma 1, la legislazione regionale disciplina la fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi della cultura non appartenenti allo Stato o dei quali lo Stato abbia trasferito la disponibilità sulla base della normativa vigente.

3. La fruizione dei beni culturali pubblici al di fuori degli istituti e dei luoghi di cui all'articolo 101 è

assicurata, secondo le disposizioni del presente Titolo, compatibilmente con lo svolgimento degli

scopi istituzionali cui detti beni sono destinati.

4. Al fine di coordinare, armonizzare ed integrare la fruizione relativamente agli istituti ed ai luoghi

della cultura di appartenenza pubblica lo Stato, e per esso il Ministero, le regioni e gli altri enti

pubblici territoriali definiscono accordi nell'àmbito e con le procedure dell'articolo 112. In assenza

di accordo, ciascun soggetto pubblico è tenuto a garantire la fruizione dei beni di cui ha comunque

la disponibilità.

5. Mediante gli accordi di cui al comma 4 il Ministero può altresì trasferire alle regioni e agli altri

enti pubblici territoriali, in base ai princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, la

disponibilità di istituti e luoghi della cultura, al fine di assicurare un'adeguata fruizione e

valorizzazione dei beni ivi presenti.

Parte III – Beni paesaggistici

Titolo I – Tutela e valorizzazione

Capo I – Disposizioni generali

Art. 131 (1)

Paesaggio

1. Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni.

2. Il presente Codice tutela il paesaggio relativamente a quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell'identità nazionale, in quanto espressione di valori culturali.

3. Salva la potestà esclusiva dello Stato di tutela del paesaggio quale limite all'esercizio delle

attribuzioni delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano sul territorio, le norme

del presente Codice definiscono i principi e la disciplina di tutela dei beni paesaggistici.

4. La tutela del paesaggio, ai fini del presente Codice, è volta a riconoscere, salvaguardare e, ove

necessario, recuperare i valori culturali che esso esprime. I soggetti indicati al comma 6, qualora

intervengano sul paesaggio, assicurano la conservazione dei suoi aspetti e caratteri peculiari.

5. La valorizzazione del paesaggio concorre a promuovere lo sviluppo della cultura. A tale fine le

amministrazioni pubbliche promuovono e sostengono, per quanto di rispettiva competenza, apposite

attività di conoscenza, informazione e formazione, riqualificazione e fruizione del paesaggio

nonché, ove possibile, la realizzazione di nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati. La

valorizzazione è attuata nel rispetto delle esigenze della tutela.

6. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché tutti i soggetti che, nell'esercizio di pubbliche funzioni, intervengono sul territorio nazionale, informano la loro attività ai principi di uso consapevole del territorio e di salvaguardia delle caratteristiche paesaggistiche e di realizzazione di nuovi valori paesaggistici integrati e coerenti, rispondenti a criteri di qualità e sostenibilità .



Art. 134

Beni paesaggistici

1. Sono beni paesaggistici:

a) gli immobili e le aree di cui all'articolo 136, individuati ai sensi degli articoli da 138 a 141 (1);

b) le aree di cui all'articolo 142 (1);

c) gli ulteriori immobili ed aree specificamente individuati a termini dell'articolo 136 e sottoposti a

tutela dai piani paesaggistici previsti dagli articoli 143 e 156 (2).

(1) Lettera modificata dal D.Lgs. 26 marzo 2008, n. 63.

(2) Lettera precedentemente modificata dal D.Lgs. 24 marzo 2006, n. 157 e successivamente dal D.Lgs. 26 marzo 2008, n. 63.



Art. 135

Pianificazione paesaggistica

1. Lo Stato e le regioni assicurano che tutto il territorio sia adeguatamente conosciuto,

salvaguardato, pianificato e gestito in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti che lo

costituiscono. A tale fine le regioni sottopongono a specifica normativa d'uso il territorio mediante

piani paesaggistici, ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici, entrambi di seguito denominati: «piani paesaggistici». L'elaborazione dei piani paesaggistici avviene congiuntamente tra Ministero e regioni, limitatamente ai beni paesaggistici di cui all'articolo 143, comma 1, lettere b), c) e d), nelle forme previste dal medesimo articolo 143.

2. I piani paesaggistici, con riferimento al territorio considerato, ne riconoscono gli aspetti e i

caratteri peculiari, nonché le caratteristiche paesaggistiche, e ne delimitano i relativi ambiti.

3. In riferimento a ciascun ambito, i piani predispongono specifiche normative d'uso, per le finalità

indicate negli articoli 131 e 133, ed attribuiscono adeguati obiettivi di qualità.

4. Per ciascun ambito i piani paesaggistici definiscono apposite prescrizioni e previsioni ordinate in

particolare:

a) alla conservazione degli elementi costitutivi e delle morfologie dei beni paesaggistici sottoposti a

tutela, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, delle tecniche e dei materiali costruttivi,

nonché delle esigenze di ripristino dei valori paesaggistici;

b) alla riqualificazione delle aree compromesse o degradate;

c) alla salvaguardia delle caratteristiche paesaggistiche degli altri ambiti territoriali, assicurando, al

contempo, il minor consumo del territorio;

d) alla individuazione delle linee di sviluppo urbanistico ed edilizio, in funzione della loro

compatibilità con i diversi valori paesaggistici riconosciuti e tutelati, con particolare attenzione alla

salvaguardia dei paesaggi rurali e dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.



Capo II – Individuazione dei beni paesaggistici

Art. 142

Aree tutelate per legge

1. Sono comunque di interesse paesaggistico e sono sottoposti alle disposizioni di questo Titolo:

a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia,

anche per i terreni elevati sul mare;

b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi;

c) i fiumi, i torrenti, i corsi d'acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;

d) le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;

e) i ghiacciai e i circhi glaciali;

f) i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonchè i territori di protezione esterna dei parchi;

g) i territori coperti da foreste e da boschi, ancorchè percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli

sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall'articolo 2, commi 2 e 6, del decreto

legislativo 18 maggio 2001, n. 227;

h) le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici;

i) le zone umide incluse nell'elenco previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo

1976, n. 448;

l) i vulcani;

m) le zone di interesse archeologico .



Capo IV

Controllo e gestione dei beni soggetti a tutela

Articolo 146

Autorizzazione

1. I proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di immobili ed aree di interesse

paesaggistico, tutelati dalla legge, a termini dell'articolo 142, o in base alla legge, a termini degli articoli 136, 143, comma 1, lettera d), e 157, non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione.

2. I soggetti di cui al comma 1 hanno l'obbligo di presentare alle amministrazioni competenti il progetto degli interventi che intendano intraprendere, corredato della prescritta documentazione, ed astenersi dall'avviare i lavori fino a quando non ne abbiano ottenuta l'autorizzazione.




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SANDRO  BONGIANI  
ARTE  CONTEMPORANEA




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-2012-Milano/ “ Micro² - Collettiva –Galleria L’Acanto, A cura di Anna Epis e Aldo Torrebruno.


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